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Foglio di sala della personale Giulio Paolini. Quadri d’autore, Tucci Russo Studio per l’Arte Contemporanea, Torre Pellice 2009
Versione preliminare in “La Repubblica”, 18 marzo 2009, pp. I, VIII
Versione preliminare nel foglio di sala della personale Giulio Paolini. Questo e/o quel quadro, Alfonso Artiaco, Napoli, 2009
Versione preliminare in “Flash Art”, n. 275, aprile-maggio, 2009, p. 71
Jean-Antoine Watteau, Pelerinage à l’île de Cythere, 1717. Foto © 2010 GrandPalaisRmn (musée du Louvre) / Stéphane Maréchalle
Diego Velázquez, Las Meninas, 1656. Foto Wikimedia Commons
Giovanni Bellini, Pietà, 1460 ca. Foto © Pinacoteca di Brera
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In un’intervista di qualche anno fa, mi fu chiesto qual era, secondo me, il più bel quadro della storia dell’arte di tutti i tempi. Risposi, senza esitazioni, l’Embarquement pour Cythère di Jean-Antoine Watteau.
Dimenticavo, o meglio non potevo prevedere, che successivamente mi sarebbe stato chiesto di dire qualcosa su Diego Velazquez. Non potrei dire nulla ora su di lui senza affermare, smentendomi, che
Las Meninas è certamente il più bel quadro della storia dell’arte di tutti i tempi. E in effetti lo è, come lo è “anche” il quadro di Watteau e lo sono, con uguale diritto, tutti i quadri che per un verso o per l’altro offrono immagini trasparenti, consapevoli – vorrei dire – di non essere altro che immagini. Se di “verso” mi capita di parlare non è per caso: il verso, appunto, della tela che Velazquez sta dipingendo apre il “fronte” moderno della visione e illumina da quell’istante le tormentate innumerevoli vie, in parte ancora inesplorate, che ci consentono di guardare, oggi, un’opera d’arte.
Ma un altro quadro ancora pretende a buon diritto l’assegnazione del primato: la
Pietà di Giovanni Bellini, di una drammaticità composta e discreta, capace di dar corpo visivo alle figure, alla mano del Cristo morto o sofferente che arriva a “cadere” sul lato inferiore del dipinto quasi a poterla toccare al di qua della soglia della scena rappresentata.
C’è un aspetto di tutto questo che mi preme sottolineare: non è tanto di un quadro o di un altro, di questo o quel quadro che ci si trova a discutere (abbiamo appena visto come un giudizio sia volubile), quanto invece emerga dalla loro decrescente datazione (1717/1656/1465), l’esser cioè gradualmente e direi inesorabilmente sempre più “antichi”, posti nella direzione di un prima, se non del primo segno originario della specie di appartenenza. A indicare che il gusto (almeno il mio) non si viene formando dalla somma delle esperienze, dall’evoluzione di successive e progressive influenze ma, al contrario, tenda alla sottrazione, alla scoperta della matrice via via sempre precedente fino a presumere la cifra segreta, il segnale primario e irrinunciabile ancorché invisibile.
Non mi riferisco, com’è ovvio, a una graduatoria di meriti corrispondenti alla precedenza cronologica di un episodio su un altro, ma al mistero di questo “prima”, alla vera incognita che ci porta a dimenticare il
che cosa per insistere a trovare una risposta sul come e il perché.
Le futurisme à Paris – une avant-garde explosive “source fondamentale de la modernité” al Centre Pompidou ma anche in Italia, ovunque un incalzare di celebrazioni, ovazioni…
Per mia fortuna dopo tanto futurismo trovo rifugio dall’alfiere del passatismo:
Mantegna 1431-1506 “pour la première fois en France” mi attende al Louvre e mi restituisce la fiducia, o almeno la convinzione che il corso dell’arte non proceda in velocità ma si muova impercettibilmente controcorrente, cioè a ritroso, o ancor meglio resti fermo ad assistere impassibile alla rincorsa delle cose…
L’artista non è un esploratore, non mira alla conquista dell’Eldorado, non procede al di là dei suoi stessi passi alla ricerca di effetti speciali. È semmai un archeologo intento a scavare nel sottosuolo senza altre aspettative che non siano quelle di poter insistere nel suo stesso fare e disfare…
Siamo stati in molti ad aver scavato la fossa alla parola “ispirazione”, decisi a sostituirla con termini come “indagine” o “ricerca”; però un’indagine (sempre vagamente poliziesca) o una ricerca (sempre vagamente scientifica) possono al massimo cogliere un bersaglio, aspirare a un risultato. L’opera d’arte ha invece il privilegio di non sapere e soprattutto non volere dimostrare alcunché.
Non mi nascondo che queste considerazioni, questi pensieri siano suggeriti dall’età, dal peso crescente della sfera umorale-affettiva, da una certa inclinazione alla malinconia che toglie slancio alla dominante speculativa degli anni giovanili, all’illusione di onnipotenza e di immortalità della stagione dell’adolescenza; pensieri appunto ispirati dall’imminenza di una senilità che sembra sopraggiungere senza transitare attraverso la maturità dell’età adulta.
Ma non scopro proprio nulla… Anzi – per meglio dire – scopro che nulla è
già stato perché tutto è ancora e sempre uguale a se stesso: tutto galleggia come al primo istante sul mare dell’eternità. Ed è grazie alla lettura dei primi filosofi – di Parmenide in particolare, conosciuto su quella spiaggia di Capo Palinuro che un tempo ero solito frequentare – se mi sono convinto del “primato del prima” (come si diceva in apertura di questo scritto), dell’origine della verità che, seppur nascosta come ha da essere, si colloca nel suo luogo naturale: all’inizio e non alla fine dell’esperienza.
Il panorama dell’arte contemporanea è oggi troppo ampio e variegato per poterlo comprendere da un (mio) solo punto di vista. Per “comprendere” intendo qui specificamente due diversi significati: quello di “includere”, nel senso relativo all’ampiezza dello sguardo, e quello di “capire”, nel senso di discernere tra tali e tanti messaggi provenienti da ogni latitudine e tendenti tutti al capolinea, cioè a formulare verità autonome e perentorie. Fino a provocare, come si legge nelle cronache di questi giorni, il seguente “quadro della situazione: dilaga la moda di attaccare alle pareti tele che rappresentano i Dna o le impronte del padrone di casa. È l’ultima moda nelle case di New York e Dubai. Pannelli brillanti e coloratissimi che riproducono fedelmente la propria sequenza genetica: il Dna viene trascritto e stampato su tela”.
Di fronte a tali aberrazioni più non vale distinguere – come si diceva – tra artisti “esploratori”, “archeologi” o “altro ancora”. Tanta disinvoltura, impudica glorificazione del sé esibita sulle pareti di casa, abbatte ogni limite del buon senso e quel che resta del buon gusto…
Ho già sostenuto altre volte come l’artista non sia autore della “sua” opera, la quale in certo modo è già da sempre annunciata, prefigurata e preesistente, ma di quell’opera sia soltanto attore – e dunque “latore” – della sua rappresentazione.
Attore che lascia ora il palcoscenico trasferendosi dietro le quinte ad abitare il retroscena. Un trasloco di breve distanza ma comunque significativo: una sorta di clausura, una scelta dovuta soprattutto all’insofferenza per le approssimazioni del cosiddetto “mondo dell’informazione”. E non sono errori di forma, ma vizi capitali: la forma non sbaglia mai, non può sbagliare perché una forma è vuota, è il vuoto stesso che appunto si conforma e si rende visibile al nostro sguardo. L’importante è non “formulare”, non pretendere di esprimersi sapendo di farlo.
È in atto una vera e propria asfissia provocata dal vasto processo, ormai giunto a saturazione, fondato su quel falso valore, enfatico e illusorio, chiamato “comunicazione”.
Chi vivrà vedrà… o invece volgerà lo sguardo altrove senza più vedere l’oggetto in grado di dare un senso al corretto esercizio dello sguardo.

Dopo tutto

Foglio di sala dell’esposizione personale Giulio Paolini. Quadri d’autore, Tucci Russo Studio per l’Arte Contemporanea, Torre Pellice, 23 maggio - 2 agosto 2009.

G. Paolini, Velazquez Watteau e le immagini consapevoli, in “La Repubblica” (edizione Napoli), 18 marzo 2009, pp. I, VIII.
Foglio di sala dell’esposizione personale
Giulio Paolini. Questo e/o quel quadro, Alfonso Artiaco, Napoli, 27 marzo - 9 maggio 2009.
Flash Art”, a. XLII, n. 275, aprile-maggio, Milano 2009, p. 71 (con titolo “Dopo tutto”).

Parmenide

Capo Palinuro

Giovanni Bellini, Pietà, 1460 ca., tempera su tavola, 86 x 107 cm, Pinacoteca di Brera, Milano; Diego Velázquez, Las Meninas, 1656, olio su tela, 318 x 276 cm, Museo del Prado, Madrid; Jean-Antoine Watteau, Pelerinage à l'île de Cythere, 1717, olio su tela, 129 x 194 cm, Musée du Louvre, Parigi

Le futurisme à Paris. Une avant-garde explosive, Centre Pompidou, Parigi 2008; Mantegna 1431-1506, Musèe du louvre, Parigi 2008

Scheda a cura di Maddalena Disch, 19/06/2026