Pour Luciano Fabro, 2010
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Non potevo certo mancare a questo appuntamento... non potevo mancare di rivivere momenti ed esperienze ormai lontane (parlo dei primi anni Sessanta), che però permangono tuttora decisive.
Avevamo mosso i primi passi in evidente sintonia, anche se ciascuno a suo modo e l’uno all’insaputa dell’altro: Luciano Fabro ed io condividevamo anche amicizie comuni, davvero preziose e determinanti, come Carla Lonzi, Luciano Pistoi, Saverio Vertone e pochi altri...
Successivamente, e gradualmente, le nostre strade accennano a separarsi: soprattutto a causa della sua lunga e appassionata esperienza di insegnamento, dapprima avviata con la “Casa degli Artisti” e in seguito sviluppata e maturata con l’incarico all’Accademia di Brera.
È lì, in quel periodo (peraltro protratto per molti anni) che si afferma quella sua vocazione al magistero da lui stesso proclamata e teorizzata più volte. Fase di impegno didattico alla quale, da parte mia, corrispondono brevi e saltuari incarichi (più accettati che voluti), ruoli di ospite o “visiting professor” presso la Fondazione Ratti a Como e lo IUAV a Venezia. Occasioni utili per me più per apprendere che per trasmettere insegnamenti per i quali ho sempre mostrato un sereno scetticismo.
Non potevo insomma mancare all’appuntamento, soprattutto per arrivare a capire come i nostri itinerari in un primo tempo paralleli si siano poi inoltrati su linee divergenti, fino a trovarsi in certo senso contrapposti.
Vediamo innanzitutto su che cosa ci siamo sempre trovati solidali, sia prima che dopo. Cito le parole di Bernhard Rüdiger, cui siamo grati di aver voluto riunire le nostre voci in ricordo di Luciano, e che con chiarezza esemplare afferma nella lettera-documento che ci convoca qui: “La posizione autonoma dell’artista, lo sviluppo di un’opera tesa nel tempo, la forma complessa dell’opera come lettura ampia del dato storico e politico, sembrano lasciare sempre più spazio ad interventi repentini, chiusi sull’effetto immediato. Si potrebbe forse dire che l’artista ha cominciato un lungo confronto con il suo pubblico, il quale lo spinge sempre più a occupare un ruolo di commentatore del presente storico, a produrre forme che indicano la realtà già vista invece di coniare il linguaggio che la rende visibile”.
Certi passaggi, tratti da diversi interventi di Luciano Fabro tra il 1986 e il 2006, e ascoltati dalla sua viva voce insistono sull’individuazione del ruolo di “maestro” intravedendo di conseguenza una vera e propria “genealogia” di figure e di momenti fondanti nell’evoluzione del linguaggio dell’arte.
“Voyant que l’artiste a des difficultés à définir son rôle, la société est tentée de lui en assigner un elle-même, et comme elle a tous le instruments pour pouvoir ensuite le soutenir, elle pense à un rôle qui puisse alimenter cette structure de mécanique culturelle dont nous parlions.”
(...)
Le magistère est un Service civil pour l’art, c’est à cette dimension sociale que nous croyons et dans celle-ci que nous agissons. Le magistère est la seule possibilité génétique que nous connaissons.
(...)
Étant donné les circostances, il faut accepter que cette œuvre de magistère fasse l’objet d’une confrontation constante: s’il y avait par exemple, à Milan, un lieu qui réunisse tous le environnements de Fontana, de Dan Flavin, de Bruce Naumann, de James Turrell... nous y retournerions régulièrement comme dans un sanctuaire où demander la grâce de l’actualité.
(...)
On recommence à faire la distinction entre les artistes de saison et les artistes mâitres”.
Da parte mia, nel tempo ho sempre più preso distanza dal ruolo fattivo e responsabile dell’autore come interprete, voce autorevole (se non proprio giudice) della contemporaneità: figura di intellettuale multiforme, organico alla società cui appartiene, mi ricorda il volto accigliato dell’attore Philippe Leroy nella parte di Leonardo da Vinci, “artista-eroe” per eccellenza al quale (per restare al cinema ancora un istante) potremmo contrapporre l’”artista-esule” Gene Kelly, pittore Americano a Parigi che incurante, agile e sorridente assiste, più che partecipare, alla vita artistica accettata come un dono.
“Artista-eroe” e “artista-esule” dunque si contendono il diritto di cittadinanza nel mutevole, e ingovernabile, mondo dell’arte.
“Dicevo, appena ieri: Ho lasciato l’insegnamento in Accademia, anni fa, proprio per evitare di dare consigli ai giovani artisti, o di dire ai giovani come si diventa artisti. Artisti non si nasce, e non si diventa?”.
Agli studenti vorrei ad ogni modo affidare ancora una considerazione a proposito dell’uso dei cosiddetti mezzi di espressione. Siamo oggi di fronte alle più aperte, e incerte, possibilità: ogni mezzo sembra potersi combinare, aggiungere ad altri strumenti, andare ad accrescere i modi e i materiali di una tecnica “globale” che sta ormai per sostituirsi alle tecniche tradizionali, non a caso chiamate anche “discipline” per le regole che le distinguono l’una dall’altra, ciascuna depositaria di un proprio codice autonomo e definito.
Agli studenti vorrei ricordare che fotografia, video, performance... e quanto ancora potrà affacciarsi domani all’orizzonte non nascono dal nulla (né dalla realtà): nel loro albero genealogico riconosciamo nitidamente i diversi passaggi che ci riconducono all’origine delle immagini, dove cioè possiamo ancora distinguere i diversi principi della pittura, della scultura e del disegno.
Vedete, senza volerlo ho ceduto anch’io al richiamo della genealogia, di qualcosa che attraversa tutto l’arco della Storia dell’arte. Con una differenza, almeno credo: se Luciano individua questa genealogia nella traiettoria costituita dal “magistero” degli autori che via via rinnovano il corso dell’arte, da parte mia ritengo invece di dover affidare lo scettro del comando a qualcosa che preesiste all’”estro” dell’artefice, il quale si attiene all’osservanza di una “regola” immutabile e misteriosa che lo precede e lo trascende, e che lascia trasparire la sapienza della memoria e del linguaggio.
Il dilemma si pone dunque in questi termini: dire o tacere, fare o osservare.
Dal dire al fare... Niente come l’arte si fa senza dire: tace, non risponde alla domanda, parla senza spiegarsi.
Silenzio, buio in sala... L’opera è in scena. Disponiamoci tutti (autori e spettatori) ad ascoltare la sua voce che come tutti sappiamo ci parla senza ricorrere alla parola, senza far rumore, senza comunicarci alcunché.
Ci ascolta e ci parla ogni tanto (è lì da secoli) senza esigere attenzione né chiedere consenso... immobile, sempre uguale (senza età) ma sempre pronta ad apparire diversa e inaspettata, come la prima volta.
Luciano Fabro. Habiter l'autonomie / Inhabiting Autonomy, a cura di B. Rüdiger, École nationale des beaux-arts, Lione 2010, pp. 134-137 (francese) / 150-152 (inglese).
Luciano Fabro; Bernhard Rüdiger
Saverio Vertone
Carla Lonzi
Luciano Pistoi
Philippe Leroy; Gene Kelly
Accademia di Belle Arti di Brera, Milano; Fondazione Ratti, Como; IUAV, Venezia
“La posizione autonoma dell’artista, lo sviluppo di un’opera tesa nel tempo, la forma complessa dell’opera come lettura ampia del dato storico e politico, sembrano lasciare sempre più spazio ad interventi repentini, chiusi sull’effetto immediato. Si potrebbe forse dire che l’artista ha cominciato un lungo confronto con il suo pubblico, il quale lo spinge sempre più a occupare un ruolo di commentatore del presente storico, a produrre forme che indicano la realtà già vista invece di coniare il linguaggio che la rende visibile.”
Bernhard Rüdiger, fonte non identificata.
“Voyant que l’artiste a des difficultés à définir son rôle, la société est tentée de lui en assigner un elle-même, et comme elle a tous le instruments pour pouvoir ensuite le soutenir, elle pense à un rôle qui puisse alimenter cette structure de mécanique culturelle dont nous parlions.
(...) Le magistère est un Service civil pour l’art, c’est à cette dimension sociale que nous croyons et dans celle-ci que nous agissons. Le magistère est la seule possibilité génétique que nous connaissons.
Étant donné les circostances, il faut accepter que cette œuvre de magistère fasse l’objet d’une confrontation constante: s’il y avait par exemple, à Milan, un lieu qui réunisse tous les environnements de Fontana, de Dan Flavin, de Bruce Naumann, de James Turrell... nous y retournerions régulièrement comme dans un sanctuaire où demander la grâce de l’actualité [sic, traduzione errata]. (...)
On recommence à faire la distinction entre les artistes de saison et les artistes mâitres.”
Testo originale italiano: “La società, anzi, vedendo che l’artista ha difficoltà a definire il suo ruolo, viene tentata a dare lei un ruolo all’artista e dato che ha tutti gli strumenti per poterlo poi sostenere, pensa a un ruolo che possa alimentare quella struttura di meccanica culturale di cui dicevamo. (...)
Il magistero è un Servizio civile per l’arte, questa è la dimensione sociale in cui crediamo e in cui agiamo. Il magistero è la sola possibilità genetica che conosciamo.
Date le circostanze, occorre accettare che quest’opera di magistero venga costantemente contrastata. Se, per esempio, a Milano ci fosse un museo che raccogliesse tutti gli ambienti di Fontana, i vari Dan Flavin, Bruce Nauman, James Turrell vi tornerebbero regolarmente come a un santuario dove chiedere la grazia dell’attualità.
(...) ora si ricomincia a notare la divisione tra artisti di stagione e gli artisti Maestri di storia.”
Luciano Fabro, A proposito della didattica europea, in Essenziale all’arte. Calzolari, Fabro, Parmiggiani, catalogo della mostra, Galleria De’ Foscherari, Bologna, Gli Ori, Prato 2006, s.p. (traduzione francese riportata da Paolini tratta da Luciano Fabro, Un art réformé, in Face au réel. Éthique de la forme dans l’art contemporain, a cura di Giovanni Careri e Bernhard Rüdiger, École nationale des beaux-arts, Lione, Ecole des hautes études en sciences sociales, Parigi, Archibooks + Sautereau, Parigi 2008, pp. 147-161).
Inglese
• Luciano Fabro. Habiter l'autonomie / Inhabiting Autonomy, a cura di B. Rüdiger, École nationale des beaux-arts, Lione 2010, pp. 150-152 (traduzione di Jason Francis Mc Gimsey).
Francese
• Luciano Fabro. Habiter l'autonomie / Inhabiting Autonomy, a cura di B. Rüdiger, École nationale des beaux-arts, Lione 2010, pp. 134-137 (traduzione di Henri-Alexis Baatsch).