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G. Paolini, Suspense. Breve storia del vuoto in tredici stanze, Hopeful Monster editore, Firenze, marzo 1988, pp. 122-123
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Non dirò nulla. Appunti per una conversazione su Lucio Fontana, 1988

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Non dirò nulla su Lucio Fontana. Sono qui per parlare dell’opera, senza dimensioni e senza data, alla quale Fontana ha sempre “atteso” (lo dice lui stesso con insistenza, in molti dei suoi ultimi quadri intitolati appunto Attese).
Dunque non dirò nulla su Lucio Fontana. Dirò tutto, invece, della sua opera e delle opere non sue. Sempre sue, certo, ma che sotto altro nome nei secoli l’hanno preceduto e nei secoli lo seguiranno.
Soltanto così potremo parlare davvero di lui. Parlare dell’opera di un artista non significa soffermarsi passo passo sulle sue opere: l’opera dell’artista è oltre, al di là di ogni opera (non si rende evidente, non è visibile) s’è vista prima e la si vedrà dopo.
Siamo passati dall’interpretazione della Storia alla Storia delle interpretazioni: la somma delle versioni del vero ci consegna, ora, alla verità delle versioni. L’autore, firma senza nome, altro non è dunque che latore – o l’attore, se preferite – dell’opera, il
caso della cosa.
L’artista e l’opera sono complementari, non consequenziali. Così, come per l’opera sarà essenziale, per dirsi esistente, cogliere lo sguardo che la rivela (sia esso dell’autore o dello spettatore), allo stesso modo all’artista è necessaria, a prova della sua stessa salvezza, la scoperta di qualcosa (l’opera) che gli consenta di
guardare. L’artista non pensa, è un naufrago, superstite dello scampato pericolo che è l’approdo stabilito nell’opera. È una figura instabile... in lui convivono attitudini contraddittorie. Ricerca il nuovo, modi sempre originali (strade non ancora percorse) ma sempre all’interno di un codice (è un alfiere della norma, anche se di una norma che ancora non conosce). Deve partecipare la sua visione ad altri, ma non accetta di condividerla (neanche con se stesso, se approdato all’opera già si rivolge alla successiva). È ironico, ma non fa dell’ironia un esercizio. Non ha nulla da dimostrare, ma persevera nel suo cammino.
Così spossessato di sé l’artista (il naufrago) rischia davvero di non esser più riconosciuto (avvistato), di ostinarsi a ricercare qualcosa dalla quale invece, pur senza rendersene conto, è già posseduto. Cercatore d’oro, prestigiatore, giocatore di scacchi, eremita, pescatore di perle, artista, maestro di cerimonia sono sinonimi? Per esempio, quest’ultimo... secondo un codice prestabilito, è colui che davvero si cala nella ricerca della verità pur sapendola irraggiungibile; cerimonia non è la ripetizione automatica di una procedura convenzionale ma un evento pur essenziale, che scatena il panico così come produce l’estasi, accende una fede o la spegne. L’artista forse è qualcuno o qualcosa, come una controfigura, che più non applica ma
vive la cerimonia della percezione del mondo, coniuga rivoluzione e discrezione, esige l’assoluto senza saperlo spendere...
L’artista insomma, io credo, sa di potersi esprimere
meno degli altri. È lui che, solo e da sempre, sperimenta ogni giorno l’inafferrabilità, o l’inesistenza, dell’espressione. La quale, se si manifesterà, non si manifesterà in lui ma, a lui, non riserverà che l’amaro compito di darle voce.
Ed è lui, l’artista, a sapere prima degli altri che l’immagine che gli toccherà di scoprire non è sua ma di tutti, anche se non per tutti. Il suo destino gli impone, malgrado le apparenze, l’assenza dalla scena del mondo, un esilio di tempo e di luogo.
Il tempo non esiste. Ancor meno le epoche... E lo spazio? Come potremmo dire di conoscerlo, se non riusciamo neppure a vedere – dal di fuori – il nostro sguardo?
Brevi frasi, sussurrate tra sé e sé, a fior di labbra e ad occhi socchiusi, solennemente gratuite eppure assolutamente innocenti, che potrebbero accompagnarci nella visita ad un museo immaginario... Stanze della memoria di una “Storia dell’arte italiana” che trattenga in superficie – dico davvero “superficie” – pochi ed essenziali fatti salienti.
Muovendo dalle sale del Quattrocento, dalle trasparenze del Perugino, potremmo ritrovarci quasi subito, per un improvviso soprassalto percettivo, in quelle che al Beaubourg ora accolgono le tracce dell’itinerario esemplare di Lucio Fontana: volte celesti, percorsi siderali che ci conducono ad una dimensione inconfondibile, sospesi a mezz’aria di fronte a un nulla che sa riempire il vuoto. Dalla fondazione della prospettiva approdiamo alla sua variante spaziale, vera e consapevole dimenticanza dell’impianto “disegnato” dell’opera.
Dalla profondità alla superficie, dunque, il passo è lungo: attraversa urgenze e distanze, citazioni e previsioni, e giunge al suo punto d’arrivo individuato – da qualche parte, ma non si sa dove e da chi – in un’assenza di tempo e di luogo, in una delega ad un’immagine senza peso.
Nessuno spessore (parlavo appunto di superficie), nessuna gravità, nessun travaglio rivendicherà la sua parte di merito al di là o al di qua dell’opera che osserviamo, perfino il titolo e la data possono riposare in archivio.
E l’autore, che sembra ancora lì accanto a noi, si tirerà in disparte, incurante di affermare le sue ragioni, intento invece ad assistere anche lui ad una certa strana visione, destinata così a restare inspiegabile.
L’artista non conosce gli oggetti, non li
vede. Eppure, mai come ora tanti oggetti hanno affollato la scena quotidiana, hanno saturato il nostro campo visivo...
Chi è dunque l’artista, vuole o non vuole spiegarsi? O, se si preferisce, dove sono (dove ha nascosto) tutti questi oggetti?
L’artista è qualcuno che si aggira nel vuoto, senza poter rinunciare a descriverlo. Il suo “oggetto” è la membrana trasparente, l’involucro impalpabile di questo “vuoto” all’interno del quale egli si trova. Oggetto del suo sguardo è il suo stesso sguardo che ha, per oggetto, un altro sguardo.
Dunque gli oggetti non esistono perché esistono le cose, anzi
la cosa. Che cosa? La cosa stessa!
Se sono riuscito a non dire nulla su Lucio Fontana, restandone alla dovuta distanza, in estatica ammirazione, non potrò evitare, per l’onestà che devo a chi mi ascolta, di parlare di me. Se ho parlato di lui è perché, come lui, sono pittore e scultore. Né l’uno né l’altro: ma se un’appartenenza dovessi riconoscere all’una o all’altra categoria, non esiterei ad affiliarmi alla prima. Niente mi lega agli scultori, quelli veri, quando parlano di corpi d’aria e di madre-terra, di metri e di quintali.
Il pittore resta in superficie, si dichiara ed è superficiale: una superficialità profonda, intransigente, ostinata lo attrae irrimediabilmente a raggiungersi, o a ritrovarsi, fuori da sé.

Intervento al ciclo di conferenze Gli artisti degli artisti, Galleria d’Arte Moderna, Bologna, 28 aprile 1988. Prima pubblicazione (in anteprima) in G. Paolini, Suspense. Breve storia del vuoto in tredici stanze, Hopeful Monster editore, Firenze 1988, pp. 122-123 (con omissione di due paragrafi).

P. Tortonese, Diamoci un taglio, in “Europeo”, n. 50, 12 dicembre 1987, pp. 123-124, 128 (estratto Il tempo non esiste... restare inspiegabile a p. 124).

Lucio Fontana; Pietro Perugino

Beaubourg, Parigi

Storia moderna dell’arte in Italia. Manifesti, polemiche documenti, vol. terzo: II. Tra Neorealismo ed anni novanta 1945-1990, a cura di P. Barocchi, Giulio Einaudi editore, Torino 1992, pp. 439-442 (con omissione di due paragrafi).
Giulio Paolini. La voce del pittore - Scritti e interviste 1965-1995, a cura di M. Disch, ADV Publishing House, Lugano 1995, pp. 14-15 (estratti Non dirò nulla... si vedrà dopo, Il tempo non esiste... inspiegabile e Se sono riuscito... fuori da sé).
A. Mirabile,
Lucio Fontana. Immagini e parole, Magonza Editore, Arezzo, pp. .....

Scheda a cura di Maddalena Disch, 10/06/2026