Senza titolo, 1994
GPS-0176
Cercherò di sostenere, nel corso di questo nostro breve colloquio, un'asserzione a tutta prima paradossale la cui "verità", certamente indimostrabile, è però la vera ragione che mi porta ad affrontare il tema di questa conversazione. Una “verità” che potrei condensare nell'assioma: osservare = non vedere.
Così come ora, nel momento stesso in cui osservo questa pagina, dò lettura a queste parole, non posso toccare la sostanza, la "verità” che quella scrittura mi nasconde. La pagina non trasmette più le mie parole, si trasforma, si accartoccia in un frammento insignificante o evoca una sfera densa e impenetrabile, quasi fosse la maquette del nostro pianeta.
Cercherò cioè di sostenere come, dopo aver osservato con estrema attenzione le tre opere qui esposte, non possa dire di esser riuscito a vederle. Parlo di una cecità che non credo colga me soltanto, ma chiunque sia dotato di quel che si usa appunto chiamare “spirito di osservazione” e quindi certamente chiunque di voi sia qui ad osservare quelle opere e sia disposto ora ad ascoltarmi. Paradossalmente, come dicevo, proprio noi, che sappiamo osservare, non possiamo vedere: osservare un quadro non significa riuscire a vederlo, per vedere non bisogna guardare.
Sappiamo bene, voi e io, perché siamo qui. Ma io so altrettanto bene che in verità non ho nulla da dire.
Non dirò nulla della Danza di Matisse, delle tre versioni che di quel tema questa preziosa, irripetibile occasione ci offre. E questa è davvero un’esposizione straordinaria, una nitida lente di ingrandimento, in coraggiosa e solitaria opposizione all'uso corrente di radunare opere disparate e piegarle allo scopo di illustrare un qualsiasi argomento.
Non dirò nulla delle tre, delle sette o mille versioni che il pittore ci ha lasciato o avrebbe potuto lasciarci. Dirò tutto, invece, della sua opera e delle opere non sue. Sempre sue, certo, ma che sotto altro nome e altro titolo nel tempo l'hanno preceduto e nel tempo lo seguiranno.
Soltanto così potremo parlare davvero di lui. Parlare dell'opera di un artista non significa soffermarsi passo passo sulle sue opere: l'opera dell'artista è oltre, al di là di ogni opera (non si rende evidente, non è visibile) s'è vista prima e la si vedrà dopo.
L'opera è li, la vediamo, ma al tempo stesso non si manifesta. Sono anni cruciali; mentre Picasso continua ad avventarsi sull'oggetto, continua ad infierire sulla carne della figura, Matisse inaugura la dimensione più nuova, e antica, dell'arte: la grande decorazione, che è superficie pura e trasparente... La pittura (con lui e dopo di lui, o forse da sempre) una volta dimenticato l'oggetto è arrivata ad annunciare se stessa, incurante del rumore dell'utopia.
L'ondata travolgente dell'avanguardia non getta a riva nulla di nuovo... Si abbatte sugli antichi strumenti, abbandonati alle incrostazioni del tempo, per liberarli dall'uso e dall'abuso ai quali erano stati a lungo sacrificati, per restituirli alla vista. Magritte, dipingendo scrupolosamente una pipa, si preoccupa di avvertire l'osservatore che Ceci n'est pas une pipe.
Duchamp, inconsapevolmente, chiude la contesa: il “ready-made” non è forse la rappresentazione dell'astrazione dalla rappresentazione della realtà?
È la rappresentazione, insomma, che apre e chiude gli occhi sul visibile, che illumina, oscurando le stesse ragioni da cui muove, quello spazio che si inoltra al di là del nostro sguardo, reale o astratto che sia.
E de Chirico a suo modo, astenendosi dal parlare, trasforma questo dialogo a distanza in una “sacra conversazione”.
Se gli strumenti sono sempre gli stessi, anche il tema è lo stesso e ritorna, si dispone alle più diverse interpretazioni.
La Danza: Canova, per esempio, ce la offrirà come un fregio che si anima, prende forma e movenza di anatomia... O Degas, a lui forse per l'ultima volta è stato dato di "rappresentare": in un sol colpo, in una sola pennellata l'odore della realtà e la sua negazione, l'assoluto della rappresentazione.
Le sole parole che posso annotare a commento della Danza di Matisse sono le sue, riferite da Jack Flam nel catalogo di questa esposizione: “J'étais ravi, dira-t-il à Dorothy Dudley. Dès que j'ai vu la décoration en place, j'ai eu le sentiment qu'elle ne m'appartenait absolument plus, qu'elle revêtait une signifìcation tout à fait différente de celle qu'elle avait dans mon atelier, où ce n'était qu'une toile peinte. Là, dans la fondation Barnes, elle devenait une chose rigide, aussi lourde que la pierre, qui semblait avoir écé créée en meme temps que le bâtiment”.
E l'autore, che sembra ancora lì accanto a noi, si tirerà in disparte, incurante di affermare le sue ragioni, intento invece ad assistere anche lui ad una certa strana visione, destinata così a restare inspiegabile.
Veniamo a noi: quell’uccello rapace, quell’insaziabile predatore di immagini che è l’artista non farebbe in fondo nulla di male – come del resto gli animali suoi simili non fanno – se sempre sapesse scorgere il senso del limite, mantenere insomma le distanze dettate da quel bene prezioso che è il linguaggio, dimensione e misura che lui stesso ha stabilito ma che altrettanto liberamente si permette, spesso e volentieri, di trasgredire...
La sua libertà (perché non concedergliela?) dipende dunque dalle buone maniere, dal suo saper stare al mondo delle idee.
Insomma, all'artista non resta che ripetere, rinnovare ogni volta il suo solo unico quadro. E affacciarsi, sporgersi appena da quella Fenétre ouverte che è la soglia, il confine tra il suo studio e il mondo.
Le sue “oeuvres complètes” si succedono all'infinito ma risiedono, tutte, in un solo unico istante: non fissano una misura ma aprono una dimensione, non occupano una porzione di spazio ma delineano l'estensione del vuoto.
Conferenza tenuta il 21 gennaio 1994, Musée d’art moderne de la Ville de Paris, Parigi, in margine all’esposizione Autour d’un chef-d’œuvre de Matisse. Les trois versions de la Danse Barnes (1930-1933).
Henri Matisse; Pablo Picasso; René Magritte; Marcel Duchamp; Giorgio de Chirico; Antonio Canova
Henri Matisse, La Danse inachevée, 1931, ...cercare dati tecnici... , Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, Parigi; Henri Matisse, La Danse de Paris, 1931-33, ..... cercare dati tecnici...., Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, Parigi; Henri Matisse, La Danse à Merion, 1932-33, ... cercare dati tecnici.... , Fondation Barnes, Merion; René Magritte, La trahison des images, 1928-29, olio su tela, 60.3 x 81.1 cm, Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles; Antonio Canova, .... da capire....
Matisse. Les trois versions de la Danse Barnes (1930-1933), Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, Parigi, 1993
“J'étais ravi, dira-t-il à Dorothy Dudley. Dès que j'ai vu la décoration en place, j'ai eu le sentiment qu'elle ne m'appartenait absolument plus, qu'elle revêtait une signifìcation tout à fait différente de celle qu'elle avait dans mon atelier, où ce n'était qu'une toile peinte. Là, dans la fondation Barnes, elle devenait une chose rigide, aussi lourde que la pierre, qui semblait avoir écé créée en meme temps que le bâtiment”.
Henri Matisse, citato da Jack Flam, titolo?, in Autour d’un chef-d’œuvre de Matisse. Les trois versions de la Danse Barnes (1930-1933), catalogo della mostra, Musée d’art moderne de la Ville de Paris, Parigi 1994, p. ?
Francese
• Dattiloscritto inedito (traduzione di Paolo Tortonese)