Orfano e celibe, 2016
GPS-0118
Segni particolari
Se intanto dicessi che
quanto sto per dire
non è vero,
sarei così sincero...
Ma dopo tutto
o prima (trovata appunto
la rima)
che cosa esiste davvero?
Non occorre che mentire,
restare o fuggire...
Io non so, non posso dire
che cosa ho voluto fare.
Chi lo sa, non vuol capire
che si può anche
tacere.
L’exil du cygne
Certo la bellezza è sospesa
a mezz’aria, impalpabile, pura.
Perché allora sprofonda, ferisce, divora?
E perché, ancora, la regola è sempre inattesa
e riporta il profilo dov’era?
L’occhio del cigno
non vede
(meglio: non vede ragione
di guardare alcunché).
Il disegno
si spiega da sé
e noi (che guardiamo)
non riusciamo
a capire il perché.
Sala di lettura
Guardo sempre volentieri un libro antico:
posso anche non leggerlo
(qualcuno lo ha già letto).
Il luogo però deve essere perfetto:
la lampada già accesa, la stanza silenziosa,
tutto deve essere al suo posto.
I libri, pronti a restare dove sono
(qui o chissà dove)
tacciono per non dimenticare.
Ricordano, trattengono lo sguardo,
la memoria di qualcuno che è ancora lì,
senza mostrarsi.
All’istante
Abito qui, da qui vi scrivo e qui
d’ora in poi intendo restare.
Da qui, sì, proprio da qui
occorre puntare lo sguardo.
È qui che la mente si posa:
neppure un baluardo di cosa,
persone, neanche un rumore
si annuncia in un vuoto
pieno di niente che
non vede e non sente...
Eppure è tutto normale:
davvero, è proprio così.
Calendario
Il giorno
è questo, ma anche un altro,
prima o poi sarà (o è stato) oggi stesso.
Sembra uguale e lo è, ma
alla fine qual è?
Previsioni del tempo
“Addio” si usa dire,
è un modo di salutare
(ma Dio non c’entra
a quanto pare).
Se invece di tante parole
volessimo tentare di dire
(dire qualcosa di vero)
potremmo convenire
di congedarci così
senza parlare.
Avanti un altro!
Un testimone più robusto
pronto a mostrarsi
alzare la voce
far luce tutt’intorno...
Ma la luce (la voce) non è
né dentro né fuori di noi
accesa o spenta a nostra insaputa
nascosta nelle pieghe di un foglio.
Debole chiarore
che accoglie e mette a verbale
ogni minimo segnale.
Voltiamo pagina: tutto scorre qui intorno
un moto perpetuo sembra spingere qua e là
cose e persone...
Qualcosa però sembra restare
immobile, lì dov’è
ma forse non c’è,
non è lì né altrove
che possiamo trovarla.
È una pura dimensione, fatta
di dati, o meglio di date: è il Tempo.
Amore e Psiche
Un appuntamento è per sempre,
ora e luogo
lo dimostrano.
Detto (non) fatto
C’è da chiedersi se sia mai possibile
descrivere qualcosa
che non si renda però visibile...
Qualcosa che annuncia
e appunto descrive
l’urgenza di darsi come immagine,
come “visione” di ciò che (non) vediamo.
Qui pro quo
Chi scrive non sa disegnare.
Forse disegna scrivendo,
scrive o descrive qualcosa
ma chi può saperlo?
Certo non lui, né noi
che leggiamo e guardiamo
senza vedere alcunché
ma ricercando un perché.
Come è / Come se
Immagini, figure
(senza titolo, senza autore)
Nessun nome,
pure voci, echi riferiti
a quel che appare
qui e ora
su questo foglio.
C’è e non c’è,
vero o presunto che sia
ecco ogni volta lo stesso disegno,
originale o copia di qualcosa
che non è dato riconoscere.
A occhi chiusi
È proprio così,
la visione a occhi chiusi
è più nitida che mai.
Senza muoversi, senza dire,
è proprio così che
riusciamo a vedere.
La pietra filosofale
Mondo al buio,
fogli sparsi, caos domestico,
uno spazio ermetico.
Tutto da scoprire
col rischio di non vedere.
Solo l’agnostico trova un passaggio
convinto com’è che nulla
sia posto al di qua (o al di là)
della vista. Quanto basta
per restare dov’è.
Una storia in due tempi
Orfano e celibe si aggirava
distante, quasi esitante,
sulla linea di fondo.
Ora è qui, forse in attesa
[tempo presente]
anzi in posa:
un bel primo piano.
Domani però
[tempo scaduto]
non sarà più di turno...
Cos’è mai capitato?
Attore dimenticato,
degradato a servo di scena della vita.
Nient’altro da aggiungere.
Così è o pare che sia.
Solo
“Solo e molto infermo nella mente”
Così finiva i suoi giorni
stanco, lontano dai confini abituali
o incapace di riconoscerli,
di ripartire un’altra volta
e di tornare.
Dipinto a Bergamo tempo prima
San Sebastiano è ancora lì
paziente, ad aspettare
il suo autore.
E anch’io da qui osservo
quel giovane in posa (era il 1505)
che tempo dopo (1967)
doveva scambiarmi per l’artista
intento a ritrarlo.
Fu così che grazie a quegli occhi imparai
a riconoscere il mio sguardo.
Chi vivrà vedrà
Un’esistenza che si protrae;
perduto l’orientamento procede per inerzia.
Finalmente, la sera:
coricarsi.
Quel corpo imbavagliato, ammutolito,
disperso in mille sentieri
lontano dai tanti pensieri
che senza muoversi ci lascia
per passare all’altro mondo.
Non essere mai stato, non esserci più?
Se proprio occorre andar via
sia allora con innocenza,
in allegria...
Non sia insomma una scelta contraria
ma favorevole e fiduciosa
di un domani peggiore.
Perché
Perché le nostre vite devono
prima inerpicarsi,
poi sgretolarsi,
perdere i pezzi che già
sostenevano le antenne
di segnali dispersi?
Perché – ora è chiaro –
non siamo noi ma loro
a dover perpetuare,
rinnovare la memoria
del decorso biologico
che ci è stato assegnato.
A chi opporre le nostre ragioni
(che nostre non sono,
ma appartengono alla controparte)?
Perché chiedersi come
andrà a finire se chiederselo
dà già per certo l’arrivo della fine?
Dehors
Fuori,
fuori tutto,
immobile, vuoto,
una statua.
In posa,
come un ritratto.
Ecco il modello
ma l’autore non c’è.
Come non detto
Che cosa buffa (che beffa,
diciamolo) questa rincorsa
svogliata, rumore...
Effetto speciale
(dare a vedere)
ché tramandare (errore!)
non vale.
Basta, grazie,
signore.
A corpo morto
Se siamo (come siamo) dei corpi,
siamo morti.
Eppure... (preghiera)
Non perpetuare l’errore,
soccorrere e ascoltare i superstiti.
Desiderare una fine decorosa
discreta ed elegante.
Deplorare il suicidio,
atto enfatico e dimostrativo.
Osservare
senza credere di vedere.
Il Tutto è solo un particolare
difficile da decifrare.
Eppure...
De Divina Proportione
Là, eccolo che appare:
nitido, intatto
sulla parete che lo annuncia.
Inutile accertare se esista
ecco, è la vista
a dirci che c’è,
a disegnarsi da sé.
Qualcosa di perfetto, concluso,
uno spazio senza peso,
appunto sospeso.
Un quadro: la visione porta a supporre
che in un quadro possano coesistere,
trasparire altri quadri...
Tutti i quadri di un autore
(tutti i quadri della storia dell’arte)
ne fanno uno solo?
La volta celeste
Una superficie curva, trasparente,
disegnata nell’aria
eppure consistente;
niente forza di gravità
e tutto sta su, dritto o rovescio
sospeso nel blu.
Scomunicato
Seduto al tavolo
intento a scrivere, composto,
in silenzio.
Solitario, tenuto in ostaggio
ma all’apogeo,
nella stanza senza uscita.
Amen.
Vis-à-vis
L’arte non dice,
non sa cosa dire...
non sa, non può ragionare.
Arte e follia
intrattengono rispettosi rapporti
di buon vicinato,
conducono esistenze autonome
in stanze adiacenti.
Nessuna impresa in comune
dei due pianeti
che continuano a percorrere orbite separate.
Vocazione e ossessione però
si tengono d’occhio.
L’incontro sembra annunciato
se e quando l’una
vedrà nell’altra
il traguardo mancato:
il possesso della realtà.
Senza più titolo
- Ma l’arte, insomma, che cosa rappresenta?
- Tutto e niente: rappresenta se stessa.
Viaggio di ritorno
Da dove? Dove potevamo mai essere arrivati?
Ritorno senza andata: l’isola è Cythère,
ma nessuno riuscirà mai
a superare la soglia dell’imbarco.
Cythère è là all’orizzonte
ma – si sa – l’orizzonte non si tocca.
Tutto sempre s’infrange prima dell’approdo,
forse già prima di mettersi in viaggio.
Non resta che prendere distanza,
abbassare lo sguardo e socchiudere gli occhi
pieni di lacrime.
Ecco, l’isola è qui dentro di noi
bagnata dal rimpianto di chi,
rinunciato all’imbarco,
disegna l’itinerario mancato
per metterlo in cornice.
Fotoricordo
Complimenti e grazie
vorrebbero sussurrare i presenti...
Ma l’autore non c’è
non può e non vuole
attribuirsi un nome,
apparire come tale.
Lui, controfigura di una storia
senza inizio né fine,
è sospeso a mezz’aria
incapace di prendere quota
o di toccare terra.
Dunque, tutti in posa
per dedicare a Mnemosine
che qui ci accoglie
i nostri guardi
e i più devoti pensieri.
Défilé
Tutti in coda:
chi ancora in piedi
altri a terra, caduti
ma tutti eleganti, preparati,
pronti all’appuntamento.
La lista d’attesa è confermata
ma nessuno sa
né può affermare
che posizione si trovi a occupare.
Impossibile intravvedere l’inizio
né la fine di un corteo immobile,
che pare snodarsi
da distanze sconosciute.
Nessuno sa chi lo segue
o lo precede,
non una parola sorvola
un silenzio condiviso e rispettato.
I pellegrini – diciamo così –
sono tutti diretti
a una meta non dichiarata
(per questo il procedere sembra lento
o svogliato perché di fatto obbligato).
Vanno tutti – si sarà capito –
a mostrare se stessi senza più esibire
la parte recitata in vita,
ammettendo di essere
chi non si è stato
e tuttora non si è. Né si sarà,
se ancora siamo.
Tutto fa credere che
neppure quest’ultima dovuta
osservanza delle norme vigenti
non arriverà a concludere,
fare chiarezza
nel buio che ci attende
oltre quella soglia che
non abbiamo mai attraversato.
Prova generale
C’è troppo rumore,
impossibile ascoltare,
là sullo sfondo qualcosa si muove.
Ma qui, sul proscenio
davanti a noi accade qualcosa.
Ecco il finale:
buio in sala,
in controluce solo e immobile
l’attore muore.
Questa raccolta in versi segue ad una prima stesura – redatta a suo tempo in un normale svolgimento in prosa – nella quale numerosi e inaspettati “a capo” frazionavano la regolare successione delle parole sottraendole alla consueta collocazione in righe compiute. Per questo, e non per altro, credo di poter escludere l’intenzione di valenza poetica a quanto ho appunto “trascritto” in versi.
Qualcosa di queste pagine era già apparso tempo addietro, qua e là in precedenti occasioni per la generosa cura di pochi amici editori come Marilena Bonomo, Marco Noire, Alvaro Becattini, Danilo Montanari, Carlo Bertelli e certo non ultimo ma ospite d’onore del mio studio, Giulio Einaudi.
All’istante
Questo non vuol dire aprire o chiudere quelle porte che rimarranno come al solito socchiuse, né distrarre l’attenzione dai fenomeni dell’arte contemporanea.
L’arte però deve essere antica, ovvero contemporanea e inattuale. È questa, questa deve essere la scommessa alla quale affidare quel che resta da chiedere (o da opporre) alle regole del gioco.
Forse troppi equivoci sono oggi provocati dalla credenza ampiamente condivisa che individua l’artista come interprete del suo tempo. Il tempo che conta non è il suo ma quello dell’opera, alla quale non corrisponde l’arco di esperienze della vita dell’autore. Al contrario, dalla vita – sua o non sua – l’artista prende distanza tale da consentirgli di orientare lo sguardo oltre la linea dell’orizzonte.
L’artista resta nel suo studio e rinuncia alla proposta indecente dell’amplificazione sociale del suo ruolo. Abdica, si apparta: lo intravediamo nell’atelier, nel luogo dove prende (o perde) la propria identità d’autore, concedendo cioè all’opera il valore primario, originale, assoluto. L’autore è muto, assente, la voce è dell’opera. Un’opera, per essere autentica, deve dimenticare il suo autore.
Previsioni del tempo
Che tutto sia sempre e soltanto questione di tempo?
Tutta la pittura non riflette la realtà ma la disegna, la precede. Quella mela dipinta da Cézanne, quella bottiglia di Morandi... non sono l’eco, la sopravvivenza di quei rispettivi oggetti ma li annunciano e appunto li precedono: “la natura imita l’arte” diceva Oscar Wilde. L’arte cioè si sottrae al diritto di pedaggio da corrispondere al Tempo, a Saturno, suo implacabile esattore, convertendosi al culto di Giano, custode di quella soglia aperta sul prima e sul dopo, visti l’uno sull’altro, in trasparenza...
Oggi tutto si muove: film, video... la stessa realtà contingente non conosce sosta.
Il foglio sul quale sto ora tentando di fissare queste note scivola poco a poco sotto la mano e devo ogni tanto riportarlo in posizione (potrebbe d’altronde restare così com’è, bianco e appunto fermo lì dove si trova).
Eraclito e Parmenide restarono fermi ciascuno sulle rispettive posizioni fissando così un momento perenne nella storia della filosofia: due momenti, sì, ma in certo senso uno solo perché forse proprio lì la Storia si fermò, proprio lì giunse al suo punto d’arrivo.
Anche Galileo, ben sapendo che tutto “pur si muove”, doveva però ammettere che quel movimento ci è a tal punto connaturato da non potercene rendere conto, dato che è tutta la Terra a muoversi con noi.
Una palla da tennis, o da biliardo, può rimbalzare di qua o di là nel campo da gioco, compiere rapidamente e continuamente le traiettorie più inaspettate ma ben sappiamo che quella sfera, seppur instabile, muove da una sua precedente assoluta immobilità e, se attraversa, quello spazio lo fa appunto per gioco.
Un’immagine dev’essere ferma, discreta, silenziosa: l’arte si mostra, non si dimostra.
Detto (non) fatto
Sempre più sono attratto, posseduto dalla domanda sulla consistenza (o inconsistenza) dell’immagine, della visione prima (o dopo) che si depositi in cosa, dell’idea di quadro come “ente autonomo”, prospettiva o dimensione pura... Credo che la ragione per la quale (un giorno di settembre del 1960) mi sono trovato a essere pittore sia stata quella di veder apparire sotto i miei occhi e quasi a mia insaputa l’enigma tuttora irrisolto del quadro come “versione originale”: di una superficie che, sempre uguale a se stessa, si fa eco o annuncio di ogni possibile proiezione d’immagine.
Concepire un’opera (è così che si usa dire quando ci riferiamo all’eventualità che l’artista affronta nel tentativo di “dar vita”, realizzare materialmente una sua opera) non è – come sarebbe ovvio pensare – qualcosa che ha “titolo” ad affermarsi, che si svolge al presente, ma qualcosa che si rivolge dal passato al futuro. Una traccia così antica, nascosta o dimenticata, in grado però di emergere dai più remoti giacimenti della nostra memoria.
L’artista insomma è sempre intento a copiare qualcosa, a ricalcare ogni volta lo stesso disegno, a rintracciare e ripercorrere le linee invisibili che siglano il destino immobile dell’opera d’arte, della sua (di quella che crede esser sua) o per meglio dire di quell’opera della quale pur senza saperlo, cerca di afferrare la cifra segreta. L’opera che realizzerà e firmerà come sua altro non sarà che la copia, tanto perfetta quanto perfettamente inutile, di un’immagine originale che non riusciamo a ricordare.
Come è / Come se
Una rosa gialla: questa pagina di Jorge Luis Borges posta su un piccolo leggio da tavolo, mi accoglie ogni giorno al mio arrivo tra le quattro pareti del mio studio. Con un’inclinazione di circa quarantacinque gradi sul piano di lavoro sembra sorvegliare dall’alto gli altri fogli così destinati a restare in attesa.
L’artista lascia... abbandona qualcosa e nel lasciarsi alle spalle tutto o quasi quel che lo circonda apre nel quadro un orizzonte che gli sembra assoluto. Quel che lo affascina non è far apparire l’una o l’altra cosa ma scoprire il modo in cui quella o quell’altra cosa potrebbero calarsi sullo schermo del quadro, intendendo il quadro come apparato di suggestioni, di illusioni predisposte a configurare un’immagine che può esserci o non esserci: non quella o quell’altra cosa, ma un soggetto che stia per tutti i soggetti possibili.
Solo
È Lorenzo Lotto l’autore della figura di San Sebastiano sulla destra della pala nella chiesa di San Bartolomeo a Bergamo che frequentavo negli anni della mia infanzia in occasione della messa domenicale; e anche del Ritratto di giovane che mi apparve in anni più recenti dalle pagine di un libro.
Chi vivrà vedrà
Ho compiuto settantacinque anni: analogamente e in apparente sintonia a quell’età Luigi Pirandello, maestro di buone maniere intellettuali e carico di onori, annotava nei suoi ultimi anni delicate questioni di vita e di morte: “Fuori dalla vita, sciolto da tutte le relazioni, anche con le cose...”.
De Divina Proportione
Un tempo ero così coinvolto dalla presenza di un quadro alla parete da annullare subito la distanza per affidarmi a un precipitoso giudizio. Oggi l’attrazione è ancora la stessa anche se rivolta in una direzione diversa, anzi in nessuna direzione particolare; dunque una “attrazione fatale”. I passi affrettati che mi portavano immediatamente sul punto di osservazione mi lasciano ora sul posto, a segnare il passo, a considerare cioè non tanto questo o quel quadro quanto piuttosto quella parete, così nobilmente insignita del suo emblema: il quadro appunto. Il quale apre un varco... Eccoci in salvo.
Scomunicato
Ciascuna delle iniziali dei sette versi che descrivono la scena è tratta dall’assieme delle lettere del titolo che la annuncia.
Dunque l’obiettivo – ma no, non è un obiettivo! – l’imperativo è “s-comunicare”, liberare il linguaggio dalla sottomissione a essere operativo, funzionale. La “scomunica” riguarda il discorso diretto (anche soltanto intenzionale) da autore a spettatore. L’”eresia” è praticata dall’artista intenzionato a trasmettere qualcosa di sé o del mondo al quale dichiara di appartenere.
Vis-à-vis
La stessa (negativa) simmetria sembra contrapporre due ordini complementari di pensieri e atteggiamenti. “Arte e follia” trovano in “discrezione e rivoluzione” lo stesso antagonismo, la stessa radicale incompatibilità.
Fare o non fare, agire o osservare, accettare o rifiutare, parlare o tacere... Scelte che perseguono tutte la stessa assoluta fedeltà a modi di essere (o non essere) fondati senza ragioni apparenti nel carattere di ognuno.
“Cerco l’immobilità [...]. Tendo al riposo e all’immobilizzazione. Ho anche la tendenza a immobilizzare attorno a me la vita. Amo per questo gli oggetti immutabili, le casse e i chiavistelli, le cose che sono sempre là, che non cambiano mai [...]. Il passato è il precipizio, l’avvenire è la montagna. Cerco di non fare assolutamente nulla. Sono cosi rimasto una volta ventiquattr’ore senza urinare.
Fare tornare in mente le sensazioni di quindici anni prima, fare rifluire il tempo, morire con le stesse sensazioni di quando si è nati, girare in circolo per non allontanarsi dal punto di partenza, per non sradicarsi, ecco ciò che vorrei”.
(Parole di un paziente del dr. Minkowski, in La Schizophrénie; da Raymond Queneau, Comprendere la follia, L’Obliquo Editore, Brescia 2003).
Senza più titolo
Il delicato equilibrio che convive nell’opera d’arte è quello di avere le carte in regola per farsi decifrare ma non volerle scoprire: insomma lasciare sempre un che di oscuro o di incerto perché nessuno, neanche l’autore, è li a garantire che non possa esser diversa da com’è. Siamo stati in molti ad aver scavato la fossa alla parola “ispirazione”, decisi a sostituirla con termini come “indagine” o “ricerca”: però un’indagine (sempre vagamente poliziesca) o una ricerca (sempre vagamente scientifica) possono al massimo cogliere un bersaglio, aspirare a un risultato. La scienza sa bene (o almeno dovrebbe sapere) che la ricerca non può che finire in un vicolo cieco: per poi ricominciare, certo, a percorrere nuove vie sempre avviate con la prospettiva di uno sbocco che però, dopo innumerevoli tentativi, finiranno a loro volta in un nulla di fatto o quasi. Niente è più lontano, estraneo all’attitudine di un artista di quanto generalmente intendiamo per “ricerca”. Anche e soprattutto perché oggetto di una ricerca è la conoscenza di qualcosa che sia riconoscibile annuncio di verità. Ma la (unica) verità non possiamo raggiungerla perché ci trascende e dunque già ci precede. Un’attitudine invece, quella dell’artista, che sembra ripercorrere gli stessi parametri che contraddistinguono una vocazione, qualcosa d’impenetrabile e misterioso. Torna in mente la “nova parola” coniata nel 1512 dall’autore del Cortegiano, Baldassarre Castiglione: la sprezzatura, termine che da allora allude al saper fare qualcosa di non detto, non dichiarato e tanto meno esibito, eppure capace di maravigliare per la sua perfezione.
Viaggio di ritorno
L’artista, posto di fronte a ogni sua nuova opera, prova ogni volta l’impressione di essere finalmente pervenuto alla conoscenza della verità, fino ad allora nascosta e ora rivelata all’istante. Non è vero. Proverà altre volte la stessa impressione (la stessa illusione). Finché non vorrà ammettere che la verità non è sua ma dell’opera. E neppure di quell’opera, ma di quell’altra.
Continuerà insomma a rinnovare l’illusione che gli fa credere che sia lui, la sua mano a condurre il gioco fino a quando – ma è un “quando” sempre destinato a sfuggirgli – la sua mano e il suo sguardo non avvisteranno il segnale posto al di là dell’orizzonte.
G. Paolini, Orfano e celibe, Edizioni Colophon, Belluno 2016.
“Rivista d’Artista”, n. 10, dicembre, Eos Editore, Roma 2015, s.p. (estratto, Segni particolari).
Paul Cézanne; Lorenzo Lotto; Giorgio Morandi
Jorge Luis Borges; Baldassarre Castiglione; Luigi Pirandello; Raymond Queneau; Oscar Wilde
Eraclito; Galileo Galilei; Parmenide
Carlo Bertelli
Marilena Bonomo
EDITORI
Giulio Einaudi; Alvaro Becattini; Danilo Montanari; Marco Noire
Citera
Lorenzo Lotto, Ritratto di giovane, 1505 ca., olio su tavola, 28 x 22 cm, Le Gallerie degli Uffizi, Firenze; Lorenzo Lotto, Incoronazione della Beata Vergine con la gloria dei Santi o Pala Martinengo, 1513-16, olio su tavola, 528 x 342 cm, Chiesa dei Santi Bartolomeo e Stefano, Bergamo
“La natura imita l’arte”
Oscar Wilde, The Decay of Lying – An Observation, 1889, in “The Nineteenth Century”, gennaio 1889, p. ?, prima traduzione italiana: La decadenza della menzogna, Mondadori, Milano 1995???
“Pur si muove”
Galileo Galilei, ?
“Fuori dalla vita, sciolto da tutte le relazioni, anche con le cose...”
Luigi Pirandello annotava nei suoi ultimi anni
“Cerco l’immobilità [...]. Tendo al riposo e all’immobilizzazione. Ho anche la tendenza a immobilizzare attorno a me la vita. Amo per questo gli oggetti immutabili, le casse e i chiavistelli, le cose che sono sempre là, che non cambiano mai [...]. Il passato è il precipizio, l’avvenire è la montagna. Cerco di non fare assolutamente nulla. Sono così rimasto una volta ventiquattr’ore senza urinare.
Fare tornare in mente le sensazioni di quindici anni prima, fare rifluire il tempo, morire con le stesse sensazioni di quando si è nati, girare in circolo per non allontanarsi dal punto di partenza, per non sradicarsi, ecco ciò che vorrei.”
Un paziente del dr. Minkowski, in Eugène Minkowski, La schizophrénie. Psychopathologie des schizoïdes et des schizophrènes, Payot, BIbliothèque scientifique, Parigi 1927, citato da Raymond Queneau, prima edizione francese?, prima traduzione italiana: Raymond Queneau, Comprendere la follia, L’Obliquo, Brescia 2003, p. ?
• Giulio Paolini “Le Chef-d’œuvre inconnu”, catalogo della mostra, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino 2021, vol. 2: Recital. Scritture in versi 1987-2020, pp. 21, 26, 30, 35 (estratti Effetto eco, Come non detto, Disjecti membra poetae, Amore e Psiche, Sala di lettura), 38 (estratto Una storia in due tempi, con aggiunta di due strofe supplementari e con titolo “Una storia in tre tempi”), 40, 41, 43 (estratti A corpo morto, Viaggio di ritorno, Senza più titolo), 44 (estratto Vis-à-vis, con titolo “Viceversa”), 45, 46, 47, 48, 49 (estratti La volta celeste, De Divina Proportione, Eppure... (preghiera), Chi vivrà vedrà, A occhi chiusi), 50 (estratto Solo, con titolo “Il gioco del Lotto”), 51, 52, 53, 54, 55, 56, 57, 58 (estratti La pietra filosofale, Come è / Come se, Detto (non) fatto, Previsioni del tempo, Calendario, All’istante, Prova generale, Défilé) (in italiano e inglese).
• Giulio Paolini. Era finora, Edizioni Fondazione Luigi Rovati, Johan & Levi editore, Milano 2022, pp. 12-14 (estratti Viaggio di ritorno, Fotoricordo e Senza più titolo; in italiano) / 50-52 (inglese).
Inglese
• Giulio Paolini “Le Chef-d’œuvre inconnu”, catalogo della mostra, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino 2021, vol. 2: Recital. Scritture in versi 1987-2020, pp. 21, 26, 30, 35 (estratti Effetto eco, Come non detto, Disjecti membra poetae, Amore e Psiche, Sala di lettura), 38 (estratto Una storia in due tempi, con due strofe finali aggiunte e con titolo “Una storia in tre tempi”), 40, 41, 43 (estratti A corpo morto, Viaggio di ritorno, Senza più titolo), 44 (estratto Vis-à-vis, con titolo “Viceversa”), 45, 46, 47, 48, 49 (estratti La volta celeste, De Divina Proportione, Eppure... (preghiera), Chi vivrà vedrà, A occhi chiusi), 50 (estratto Solo, con titolo “Il gioco del Lotto”), 51, 52, 53, 54, 55, 56, 57, 58 (estratti La pietra filosofale, Come è / Come se, Detto (non) fatto, Previsioni del tempo, Calendario, All’istante, Prova generale, Défilé) (traduzione di Gabriele Poole).
• Giulio Paolini. Era finora, Edizioni Fondazione Luigi Rovati, Johan & Levi editore, Milano 2022, pp. 50-52 (estratti Viaggio di ritorno, Fotoricordo e Senza più titolo, traduzione di William Lee).