Senza titolo, 1998
GPS-0061
Dice Borges, citando Plotino:
“(...) Nulla è impenetrabile, nulla è opaco, e la luce incontra la luce. Tutti stanno dappertutto, e tutto è tutto. Ogni cosa è tutte le cose. Il sole è tutte le stelle, e ogni stella è tutte le stelle e il sole. Lì nessuno si muove come in una terra straniera.
(...) Alla contemplazione dell'eternità, al mondo delle forme universali vorrebbe invitare questo passo del quinto libro: Gli uomini che si stupiscono di questo mondo – della sua capacità, della sua bellezza, dell'ordine del suo movimento continuo, degli dèi manifesti o invisibili che lo percorrono, dei demoni, degli alberi e degli animali – innalzino il pensiero a quella Realtà, di cui tutto questo è copia.
In una sola eternità (...) quell'eternità che il tempo imita girando intorno all'anima, sempre disertore di un passato, sempre bramoso di un futuro.
(...) L'universo ideale al quale Plotino ci invita è un repertorio seletto, che non tollera la ripetizione e il pleonasmo. È l'immobile e terribile museo degli archetipi platonici. Non so se occhi mortali lo guardarono mai (fuorché nell'intuizione visionaria o nell'incubo) né se il remoto greco che lo ideò, riuscì talvolta a figurarselo, ma qualcosa del museo intuisco in esso: quieto, mostruoso e classificato...”.
Mi trovavo un giorno in una stanza, non ricordo quale, ma ricordo quelle frasi (stavo leggendo la Storia dell'eternità di Jorge Luis Borges, ed. del Saggiatore, 1962).
Ricordo che mi trovai allora a pensare all'autore, ma anche al traduttore che aveva avuto l'occasione di toccare, possedere quelle parole di quell'autore, farle proprie nella versione in lingua italiana.
Mi ritrovo ora in una stanza, caro Bruno: la stanza e il libro (l'Art métaphysique, che Giorgio de Chirico era il 1911 e il 1913 scrisse direttamente in francese, ed. L’Èchoppe, 1994) sono cambiati, ma il tempo è uguale, se non proprio lo stesso.
E mi trovo così a pensare a qualcuno (me stesso?), al privilegio di poter dire (io stesso!) quelle stesse parole con la mia voce, la mia lingua: più che della lingua madre parlo qui della mucosa umida e mobile, desiderosa e impaziente che ci porta ad emettere, da dentro la bocca, quei suoni che intendiamo e formuliamo come “parole”.
“(...) Böcklin et Poussin arrivèrent en peinture aux dernières limites; encore un effort et la peinture aura aussi son tableau qui nous porterait au-delà de tous les tableaux.
(...) Je dessinais moins, j'avais même un peu oublié, mais chaque fois que je le faisais c'était poussé par une nécessité. Je compris alors certaines sensations vagues que je ne m'expliquais pas avant. Le langage qu'ont quelquefois les choses en ce monde; les saisons de l'année et les heures du jour. Les époques de l'histoire aussi.
(...) Voilà ce que sera l'artiste de l'avenir; quelqu'un qui renonce tous les jours à quelque chose; dont la personnalité devient tous les jours plus pure et plus innocente.
(...) Il faut que la révélation que nous avons eue d'une œuvre d'art, que la conception d'un tableau représente telle chose qui n'a pas de sens par elle même, qui n'a pas de sujet qui au point de vue de la logique humaine ne veut rien dire du tout il faut, je dis qu'une telle révélation ou conception comme vous voulez soit tellement forte en nous, qu'elle nous procure une celle joie ou une telle douleur, que nous soyons obligés de peindre, poussés par une force plus grande de celle qui pousse l'affamé à mordre comme une bête le morceau de pain qui lui tombe sous la main”.
Queste che ora ti rivolgo sono parole mie... Spuntano incerte, non “autorizzate”, e percorrono un sentiero che promette di approdare da qualche parte. In questo o quel luogo, sarà lì che mi ritroverò prima o poi. Tutto sta nel riconoscerlo, che abbia o no un nome. Les jeux sont faits, l'eternità non si ripete: basta annunciarla, non occorre metterla alla prova.
Ti saluto con affetto
B. Corà, M. Minini, G. Paolini, A porte chiuse. Dialogo a tre (o più) voci sull’opportunità (o meno) di riaprirle, Galleria Massimo Minini, Brescia 1998, p. 22.
• G. Paolini, Koh-i-noor, in Giulio Paolini. Von heute bis gestern / Da oggi a ieri, catalogo della mostra, Neue Galerie am Landesmuseum Joanneum, Graz, Cantz Verlag, Ostfildern-Ruit 1998, p. 177 (estratto integrato all’interno del testo, Dice Borges... straniera e Alla contemplazione... classificato, con altro capoverso tra i due paragrafi).
Arnold Böcklin; Giorgio de Chirico; Nicolas Poussin
Jorge Luis Borges
Plotino
Bruno Corà
“[...] Nulla è impenetrabile, nulla è opaco, e la luce incontra la luce. Tutti stanno dappertutto, e tutto è tutto. Ogni cosa è tutte le cose. Il sole è tutte le stelle, e ogni stella è tutte le stelle e il sole. Lì nessuno si muove come in una terra straniera.
[...] Alla contemplazione dell'eternità, al mondo delle forme universali vorrebbe invitare questo passo del quinto libro: Gli uomini che si stupiscono di questo mondo – della sua capacità, della sua bellezza, dell'ordine del suo movimento continuo, degli dèi manifesti o invisibili che lo percorrono, dei demoni, degli alberi e degli animali – innalzino il pensiero a quella Realtà, di cui tutto questo è copia.
In una sola eternità [...] quell'eternità che il tempo imita girando intorno all'anima, sempre disertore di un passato, sempre bramoso di un futuro.
[...] L'universo ideale al quale Plotino ci invita è un repertorio seletto, che non tollera la ripetizione e il pleonasmo. È l'immobile e terribile museo degli archetipi platonici. Non so se occhi mortali lo guardarono mai (fuorché nell'intuizione visionaria o nell'incubo) né se il remoto greco che lo ideò, riuscì talvolta a figurarselo, ma qualcosa del museo intuisco in esso: quieto, mostruoso e classificato...”
Jorge Luis Borges, Historia de la eternidad, Viau y Zona, Buenos Aires 1936, prima traduzione italiana: Jorge Luis Borges, Storia dell’eternità, Il Saggiatore, Milano 1962, pp. 6-8.