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Copertina
G. Paolini, Giro di boa, Exit Edizioni, Lugo (Ravenna) 1998
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Giro di boa, 1998

GPS-0060

“Cras ingens iterabimus aequor.
Nexit vox missa reverti”
Orazio,
Odi I, 7, 32 e Ars poetica 390

Buongiorno
Ad Alvaro e a Danilo,
miei compagni di viaggio.

Sì, provare sorpresa per ogni più scontata ovvietà, meravigliarsi senza una ragione apparente, aprire gli occhi, “visitare” i luoghi abituali...
“Per avere delle idee originali, straordinarie o addirittura immortali, basta isolarsi dal mondo e dalle cose; in qualche istante gli oggetti e gli avvenimenti più comuni ci appariranno come assolutamente nuovi e sconosciuti, ciò che rivela la loro vera essenza”. Dopo aver citato Schopenhauer, dice ancora de Chirico nel suo scritto
Meditazioni di un pittore nel 1912: “Ora, al posto della nascita di idee ‘originali, straordinarie e immortali’, immaginate la nascita di un’opera d’arte nel pensiero di un artista e avrete il principio della rivelazione in pittura”.
Rivelazione che ci obbliga a ripartire da zero, o dalla fine: azzerare o andar oltre, è lo stesso. Quel che conta è rompere le righe, non segnare il passo.
Siamo tornati al punto di partenza (o non ci siamo mai mossi)... Senza però arrivare a condividere i sempre più numerosi appelli al culto dell’interiorità, gli annunci promozionali che propongono corsi o seminari sulla meditazione, con tanto di curriculum del “meditatore” ed elenco dei risultati conseguiti. Come poter pensare alla propaganda, alla diffusione di un bene così delicato e soprattutto non trasferibile? E ancora, per venire al dunque, come poter pensare di contrapporre il silenzio della meditazione al frastuono di Santa Romana Chiesa?
D’altronde, con che cosa sostituirla? L’Unesco, l’Unicef, il WWF, Amnesty International, il Totogoal, Disneyland, il Club Mediterranée...?

Ultime notizie
Leggo su “Il Sole 24 Ore” del 31 maggio 1998 (Anna Detheridge, Percezioni dalla periferia del mondo) la recensione della mostra organizzata da “Art for the World”, “istituzione che allestisce mostre in diversi punti del mondo con la mission di incoraggiare e sollecitare tolleranza, solidarietà e attenzione ai diritti umani, in occasione del 50° anniversario dell’’Organizzazione mondiale per la sanità’ (...) Artisti da tutto il mondo partecipano a un progetto corale (...) Lygia Clark, già nel 1978, intuì la fine di una certa funzione dell’arte e decise di abbandonare la sua attività di artista astratto per quella terapeutica, ponendosi l’obiettivo di sondare gli abissi più profondi della mente e giungere a un livello prelinguistico o psicotico, nell’ambizione di comunicare attraverso degli ‘oggetti relazionali’, al di là di ogni codice convenzionale”. Per non parlare della recente fondazione (Pistoletto) di una Cittadellarte (“La Repubblica”, 6 luglio) che si pone come “modello innovativo del rapporto tra arte e contesto sociale”, basata sull’idea che “l’artista deve assumersi la responsabilità di mettere in comunicazione le varie attività umane, dall’economia alla politica, dalla scienza alla religione (...) per ridisegnare e reinterpretare il mondo, ridefinire il concetto di civiltà, agganciare l’arte alla vita”.
Usurpazione e sacrilegio si contendono qui il territorio di un equivoco (già altre volte superato ma ancora una volta rinnovato), col risultato di avvelenare l’aria (quella poca rimasta) che ci consente di sopravvivere, in attesa di tempi migliori.
Ma quale “certa” funzione ha mai esercitato l’arte? Per meglio dire: quale pur soggettiva certezza l’artista ha mai posseduto sulla funzione (o almeno la necessità) della sua “opera” se non l’urgenza, la necessità di essere, appunto, “operativo”? Quale altra imperscrutabile ragione lo muove, al di là dell’amara convinzione della sua stessa gratuità?
Sarei tentato di proseguire, di estendere queste considerazioni... Ma un’altra notizia nelle stesse pagine mi invita a tacere, a non insistere a dire cose già dette: non ieri, ma molto prima e molto meglio di quanto io ora possa aggiungere.
Si intitola
Per favore, silenzio e annuncia la traduzione italiana di due scritti di Eucherio di Lione, autore degli inizi del IV secolo, Elogio della solitudine e Rinuncia al mondo: “Il deserto diventò per Eucherio il luogo della ‘philosophia’ e della ‘libertas’, della dimensione del silenzio, l’unica oggi come allora capace di attuare l’incontro con Dio”. Sappiamo che “perfino nostro Signore e salvatore subito dopo il battesimo, come dice la Scrittura, viene portato dallo spirito nel deserto (Elogio 22)”.

Vacanza
Avessi mai accolto l’invito a salire in cattedra, non avrei avuto scampo; avrei dovuto subito pronunciare una dichiarazione di resa: “Non sarà facile trascorrere qualche tempo insieme nella convinzione di svolgere un lavoro utile e positivo... Abbandonati, come siamo, dallo stesso soggetto col quale avremmo dovuto intrattenerci per la durata delle trenta ore previste da questo corso di studi, dovremo cavarcela da soli, ingannare il tempo e magari anche noi stessi.
Che fare allora se l’invitato non parla, si rifiuta di rispondere o non ha nulla da dire?
Il soggetto silenzioso è proprio l’arte. L’arte, che come a me pare evidente, non comunica: per meglio dire, non ha altro da comunicare perché ci ha già comunicato, una volta per tutte, la sua esistenza pur senza concederci una spiegazione... Ci ha insomma annunciato la sua esistenza senza aggiungere nulla a questa pura (o presunta) constatazione. Che rischia di regredire a supposizione, se non sostenuta da qualche indizio.
Se la sua stessa esistenza è dunque incerta, messa in questione, tanto meno la sua presenza può esserci confermata. Ma, come si diceva, l’arte non dà spiegazioni e anche la bellezza, sua inafferrabile messaggera, si affaccia di rado e in controluce sulla linea del nostro orizzonte...”.
Sarebbe stato questo l’incipit del viaggio che avrebbe dovuto svolgersi lungo un itinerario troppo tortuoso, disseminato di ostacoli e di curve pericolose... Soprattutto per i passeggeri, visto che il timoniere non era in grado di escludere di andare alla deriva.
Mi trovo così, per mia consapevole inadeguatezza, a non poter accettare l’incarico che mi si voleva troppo generosamente affidare (un corso universitario sull’arte contemporanea, nell’ambito del dipartimento di “Scienze della Comunicazione”) e a ridurre quella che avrebbe dovuto essere una serie di lezioni in questo breve e desolato monologo.
“Può un’opera sopravvivere, evadere lo scandalo della comunicazione?” Così concludevo (in
Idem, Einaudi ed., 1975) le mie divagazioni sui temi affrontati nei primi anni della mia attività. A distanza di tempo, mi ritrovo a ripetere le stesse parole di allora con una osservazione, minima ma sostanziale: che, allora, non “concludevo” (proprio in quegli anni, anzi, prende avvio la più parte dei miei scritti e dei cicli di alcune delle mie opere più impegnative). Ma neppure, oggi, ritengo di poter argomentare e formulare conclusioni organiche e compiute. Se non in quel senso che man mano, fin qui e di seguito, tende ad affiorare nel chiarore della pagina, quasi a mia insaputa: il nobile, silenzioso distacco che l’arte mantiene da sempre non nasconde nessun segreto, l’arte non ha segreti e non ha dunque nulla da comunicare.
Se non riusciamo a metterci in ascolto o a sostenerne a lungo la vista, non possiamo però evitare di interrogarla, di tentare di penetrare la sua limpida e abbagliante trasparenza.

Sì o no?
L’arte non si constata, si presume. Fin qui niente di nuovo, attenzione però: quel “si” non è impersonale (come a dire: ciascuno di noi la scopre dove e come meglio crede) ma suo, di lei. Dell’arte, la sola a saperlo, a riconoscersi, a potersi dimostrare senza esibire le prove.

Istituto di bellezza
Ancora, e sempre, sulla bellezza... Dov’è, come incontrarla? E pur ammesso che ci sia, come poterne istituire l’esistenza?
Certo la bellezza non ha sede (non possiamo metterci in viaggio per raggiungerla), eppure
ha luogo, abita da qualche parte...
La bellezza abita il silenzio, lei stessa non parla (una nota di Rameau, un verso di Shakespeare o la voce di Carmelo Bene, suoni pieni e squillanti, non fanno rumore).
La bellezza non racconta, non riferisce... ma risuona a distanza, pur continuando a tacere, a infliggerci un’esclusione,... qualcosa di irresistibile e di insostenibile allo stesso tempo.
Il brusio dell’ammirazione e il clamore degli applausi interrompono il silenzio, accorrono a colmare un vuoto troppo vertiginoso.
Della bellezza non si fa esperienza, non si mette all’attivo...
Nella bellezza non si cade: non è un episodio, è l’epilogo.

Se e sé
Se la politica è l’arte del possibile, l’arte è la politica dell’impossibile.

Chi si esprime è perduto
Credo di doverlo ripetere: non ho mai voluto esprimermi nell’opera. Ho sempre lasciato (ho sempre preteso) che fosse l’opera ad esprimersi, a dichiararsi, a dire a chiare lettere chi è e da dove viene.
L’opera d’arte, per sua fortuna e a differenza di noi, non ha un buon o cattivo carattere e condivide con noi una sola proprietà: la memoria (per questo, molto meglio di noi, intrattiene buoni rapporti col tempo). Cambia aspetto (dispone di un guardaroba sconfinato) e se proprio non si inventa da sé, come forse qualche oscura e imperscrutabile divinità, cresce bene e spesso diventa addirittura immortale.

Contrattempo
Eccomi qui, chino su questo foglio: le correzioni e le cancellature non lasciano altro spazio a nuovi errori... Attenti a non sbagliare, non fate come me: inutile copiare dal vero le lancette dell’orologio, impossibile fissarne i contorni sulla pagina, il tempo vola e fa perdere le sue tracce.

Disjecti membra poetae
Io non so, non posso dire
che cosa ho voluto fare.
Chi lo sa, non vuol capire
che si può anche
tacere.

Effetto eco
Aut insanit homo, aut versus facit.
Dire, parlare...
La premonizione è già arrivata
(ci sta ascoltando). Ci lascia fare,
è qui, seduta accanto,
ma non si fa vedere.

Il momento della verità
Solo,
di fronte al fatto incompiuto.

Lapsus
Da ormai trent’anni sono arruolato e presto fedele servizio nella schiera degli ammiratori di Ingres. Giorni fa, mi sono infiltrato nel fronte avversario, di fronte – voglio dire – ai quadri allineati sulle pareti del Grand Palais nella mostra dedicata a Delacroix.
Ebbene, sempre che l’antica opposizione tra i due abbia ancora un senso, è lì che ho potuto constatare il valore di quelle immagini: sì, il valore, per il coraggio e la risolutezza di saper andare dritte allo scopo... di possedere insomma le credenziali e i requisiti che consentono alla pittura di fissarsi all’istante, di manifestarsi in modo compiuto e perfetto.
Mi sembra, a un tratto, che la mia voce si sia alterata, quasi mi sento parlare,... la mia voce non è più la mia. Che sia un’interferenza? Pronto, chi parla?... Gerhard?

Ingresso libero
Tutti i quadri e tutte
le sculture.
Galleria di luoghi
e di figure
di tutti i tempi e
di tutte le misure.

Il Disegno in persona
Il Disegno
si disegna da sé:
disegna il Disegno
(la linea) ma non spiega
il perché.

Peccato originale
“È famosa la storia del patto che Aby fece con suo fratello Max: a dodici anni egli si dichiarò disposto a rinunciare ai suoi diritti di primogenito a favore del fratello cadetto, a condizione che questi si impegnasse vita natural durante a comprargli tutti i libri che avesse desiderato”
I. W. Spinelli,
Lo zio Aby, in “Mnemosyne”, Artemide ed., Roma, 1998

Quella sera a casa di Gigi c’eravamo tutti. Tutti ma non così tanti, anche se quelle sei o sette voci bastavano a colmare la stanza di un clamore al quale, fino a quel momento, non avevo certo contribuito. Fu così, credo, per attirarmi dentro alla conversazione che Sandro prese a raccontare – e guardava me con maggiore frequenza – di essere riuscito ad acquistare un prezioso autografo: i fogli di appunti, scritti a mano, per una famosa ma ormai dimenticata conferenza che Giorgio de Chirico tenne a Torino presso la sede dell’Unione Culturale di allora, a Palazzo Carignano, nell’aprile del 1958.
“Certo che me la ricordo, c’ero anch’io”, dissi con sicurezza, e con ancor maggior sicurezza lo confermo ora, qui per iscritto, rammentando nitidamente quel lontano episodio. Uno strano e improvviso silenzio seguì a quella mia semplice affermazione. Qualcuno, Saverio o Sandro stesso, mi fece notare che forse mi riferivo a un’altra, successiva apparizione del Maestro, dato che a quell’epoca non avevo che 17 anni d’età. Fui io, a quel punto, a restare in silenzio qualche secondo, ma fu proprio questa breve verifica a consolidare la mia certezza.
Ricordo perfettamente: mi ero da poco trasferito con la famiglia nella nuova grande città. Lasciati altrove i miei amici d’infanzia, mi ritrovai di colpo a praticare usi e abitudini da adulto o da adolescente precoce: passavo intere giornate da solo nei cinema e nei teatri, sui treni, nei caffè, ma soprattutto nei musei dove a volte riuscivo a restare fino all’ora di chiusura. Ero pervaso da una vivace eccitazione per tutti quegli aspetti che rappresentavano autonomia e modernità. Per questo ricordo quella conferenza affollata (mi dovetti accontentare di un posto in piedi, sul lato destro della sala).
Ora, dopo averla risparmiata agli amici quella sera, mi concedo una considerazione: due anni dopo quell’episodio, a vent’anni non ancora compiuti (nel settembre del 1960) avevo già dipinto il primo (e ultimo) quadro (
Disegno geometrico) di quella che, oggi come ieri, mi sembra una strana “carriera”...
Ancor prima del resto, all’età di 8 anni, avevo conseguito un premio del tutto inaspettato in un concorso nazionale di disegno per ragazzi. A conti fatti mi trovo oggi ad avere, a 57 anni, un’anzianità di servizio molto più estesa di quanto spetti alla mia età anagrafica. Se poi, come è possibile ritenere, mi toccherà di sopravvivere ancora per un po’, non so proprio come andrà a finire, dato che non sarà facile ricominciare...
Nel frattempo, ho già percorso molto cammino. In quella conferenza, tenuta dopo la mostra della pittura metafisica allestita dalla Biennale di Venezia senza il suo consenso, de Chirico arrivò a dire che “tutta la pittura moderna è un inganno, una nullità”. Ricordo la mia cocente indignazione, l’appassionato rifiuto che allora opponevo al suo discorso, dalla prima all’ultima parola.
Qualche tempo dopo, dovevo rovesciare il giudizio: quello che mi era sembrato il nemico da abbattere, il bersaglio da colpire, doveva diventare la personificazione dell’idolo, il mio illustre modello.

Buio in sala
L’ultimo segnale ci perviene dagli Stati Uniti e annuncia che alcuni dei loro artisti più in voga (Julian Schnabel, David Salle, Cindy Sherman...), consumata una breve attesa nell’anticamera della video-art, sono felicemente approdati al mondo del cinema, quello vero, di Hollywood.
La ragione che li ha spinti a questo passaggio è – detta da loro – l’intenzione, la necessità di poter così raggiungere un pubblico sempre più vasto, di superare il confine specifico e ristretto del mondo dell’arte.
Il mio percorso – lo dico senza presunzione – è diametralmente opposto. Non certo per una questione di statura del linguaggio: qui da noi per esempio, il cinema di Nanni Moretti procede a quote molto superiori a quelle dei quadri di certi nostri pittori... La mia è un’opposizione semplice, un’ammissione sincera: sono quasi più attratto, oggi, dalla pagina di un libro che dalla parete di una galleria o di un museo.
Un quadro – voglio dire – è meno evidente di un film ma più appariscente, meno discreto, di un libro: ecco, è questa la ragione che spinge l’anima di un artista ad abitare un luogo appartato, alla ricerca della (sua) verità. Arrivo persino a contenere la dimensione delle mie opere, ad allontanarle dall’amplificazione spettacolare della cosiddetta “installazione”, a rapportarle alla misura del mio studio.
A costo di rischiare il paradosso, vorrei inoltrarmi ad affermare che soltanto così (ritraendosi e non tuffandosi nel gorgo della comunicazione) si potrà ancora sperare di sottrarre l’esistenza stessa dell’arte al naufragio cui pare ormai destinata. L’arte non si pone, non si è mai posta né credo si porrà mai il compito di diffondersi, di moltiplicare i suoi effetti: al contrario, invoca il silenzio per non privare l’osservatore dell’innocente privilegio di andarla a scoprire, di riconoscerla.
Fra tante vanità, compresa la mia, resto comunque favorevole all’arte di levare, e non aggiungere, specie se si tratta di numeri, di “audience”: quando mai, e perché, si dovrebbe scendere sul terreno se proprio l’arte – unica e legittima aristocrazia naturale – ci consente di restare a mezz’aria, di spaziare tra gli ampi margini della pagina?

Giudizio Universale
“Com’è, com’è?”. Ero trattenuto sulla porta dal via vai degli spettatori che si apprestavano a entrare o a uscire e non avevo ancora ottenuto via libera, quando qualcuno, esitando prima di entrare, mi pose la domanda perentoria: voleva accertarsi che quel film valesse la pena di vederlo.
Così, su due piedi, non riuscivo neppure a ricordare compiutamente quel che avevo appena visto o forse mi trovavo ancora immerso, immedesimato nella vicenda a cui avevo assistito. Risposi, credo, con una smorfia, non so neppure io se di apprezzamento o di delusione. Finsi di aver fretta e mi dileguai.
Che cosa intendeva mettere in gioco, quel tale? Perché, perché proprio a me quella domanda, inconcepibile e perfetta? Non mi chiedeva infatti se il film mi era piaciuto o no, ma pretendeva un giudizio sintetico, definitivo, assoluto.
Quella domanda, rimasta peraltro senza risposta, prese tanto spazio nella mia mente da cancellare ogni traccia e tuttora non ricordo che cosa avevo visto.

Rideau
A Jean-François Lyotard

Felicità e tristezza sono valori rifugio, denaro a prestito, quando non si tratta di appropriazione indebita o di merce illegale. Meglio un sicuro investimento a lungo termine, ma è impossibile restare impassibili (e non è un gioco di parole).
Calato il sipario, caduto il velo di Maya, non resta che passare al guardaroba, fare i bagagli e sparire.

Giro di boa
Tutto, tutto... (perché ripetere due volte un termine che esprime già “tutto” in una volta?) tutto, intendo dire, procede a senso unico, verso una sola destinazione. E tutto si dissolve all’orizzonte: una linea indefinibile, un’allucinazione della fine.
Siamo ancora in viaggio (di andata o di ritorno?), l’unico viaggio ancora possibile, il solo in grado di muoverci senza spostarci: solo l’arte è capace di tutto, di quel tutto che basta nominare una volta sola.
L’arte ci allontana dal mondo, ma proprio per questo ci consente di osservarlo; è capace di atti miracolosi e tollera, ma non riconosce, gli atti sacrileghi che sempre più spesso vengono commessi in suo nome (certa compunta e concettosa faciloneria rischia oggi di farci rimpiangere qualche salutare ingenuità).
Être nature (titolo di una mostra aperta recentemente a Parigi) è, per un artista, contro natura. Niente è più innaturale per un artista che unirsi al coro degli elementi. Così come i sani e giudiziosi precetti di un’altra mostra di questi giorni, Paris-Zoo, tanto istruttivi ed edificanti, sono invece noiosi e ci rattristano.
Anche in Italia, soprattutto d’estate e in centri minori (ma con tanto di sostegno della Comunità Europea) spuntano numerose mostre e convegni che si propongono di affrontare, o meglio di sdrammatizzare la “problematica” del rapporto col pubblico e cioè di accorciare la distanza che separa l’autore dallo spettatore. Un vasto repertorio di vocaboli (apertura, coinvolgimento, dialogo, comprensione, vitalità, reciprocità, aggregazione...) è mobilitato allo scopo, nel tentativo di rendere appetibile a tutti un’indigesta mistura di conciliazione e populismo.
E il mondo ne approfitta, si traveste da opera e si mette in mostra. Così, il mondo afferma e riproduce la sua immagine tante volte quanti sono i “visitatori” che lo abitano.
Abbiamo barattato, scambiato il sublime dell’arte per i pochi spiccioli dell’arte di vivere. L’equazione arte-vita non sta in piedi, non può reggersi a lungo in equilibrio: il compromesso, lo sciagurato tentativo di innestare l’una nell’altra ci porterà alla perdita dell’una e dell’altra.
Ma il viaggio continua...

P.S. Un’ultima osservazione riguarda la tavola stampata qui sotto, sul retro di questo foglio. La superficie che appare in prospettiva e galleggia sul mare di appunti, altro non è che il disegno del pavimento della stanza d’ingresso della mia abitazione, già visibile nella serie di tavole che illustrano un altro mio testo (
Contemplator enim, Galleria Christian Stein e Hopefulmonster ed., 1991).
Ed è lì, da quell’àncora di salvezza lontano da riva ma ben al di qua, a rispettosa distanza dalla linea dell’orizzonte, è lì che oggi come allora rimango in ascolto nell’attesa di un segnale. D’un tratto, accade qualcosa: falsi rumori, echi indistinti, suoni sommessi, parole al vento...
Apriamo gli occhi, desiderosi di avvistare l’origine e la ragione di quegli ambigui richiami: le stelle ci guardano, riflesse sul mare argenteo e appena increspato, anni-luce ci separano dalla loro incerta esistenza e nessuno potrà mai avvalersi di una loro risposta.
Più le si interroga, meno sappiamo di loro... fino a dimenticare tutto, a non sapere più niente di noi.

G. Paolini, Giro di boa, Exit Edizioni, Lugo (Ravenna) 1998.

Buio in sala: pubblicato come Mi mostro in pagina, in “L’Espresso”, Roma, 12 dicembre 1996, p. 133.

Lygia Clark; Giorgio de Chirico; Eugène Delacroix; Jean-Auguste-Dominique Ingres; Michelangelo Pistoletto; David Salle; Julian Schnabel; Cindy Sherman; Moretti

Orazio; William Shakespeare

Jean-François Lyotard; Arthur Schopenhauer

Saverio Vertone

Aby Warburg

Philippe Rameau

Carmelo Bene; Nanni Moretti

RELIGIOSI
Eucherio di Lione

Sandro Dorna; Gigi Brandoli

Cittadellarte – Fondazione Pistoletto, Biella; Palazzo Carignano, Torino

Grand Palais, Parigi

Disegno geometrico, 1960 (GPO-0001); Contemplator enim, 1991 (GPE-0080)

Être Nature, Fondation Cartier, Parigi 1998; Paris-Zoo?

“Cras ingens iterabimus aequor”
Orazio, Carmina I, 7, 32 (citazione tratta da ???)

“Nexit vox missa reverti”
Orazio, Ars poetica 390 (citazione tratta da ???)

“Per avere delle idee originali, straordinarie o addirittura immortali, basta isolarsi dal mondo e dalle cose; in qualche istante gli oggetti e gli avvenimenti più comuni ci appariranno come assolutamente nuovi e sconosciuti, ciò che rivela la loro vera essenza”.
Arthur Schopenhauer citato da Giorgio de Chirico, Meditazioni di un pittore, 1912, ???

“Ora, al posto della nascita di idee ‘originali, straordinarie e immortali’, immaginate la nascita di un’opera d’arte nel pensiero di un artista e avrete il principio della rivelazione in pittura.”
Giorgio de Chirico, Meditazioni di un pittore, 1912, ???

“Art for the World [...] istituzione che allestisce mostre in diversi punti del mondo con la
mission di incoraggiare e sollecitare tolleranza, solidarietà e attenzione ai diritti umani, in occasione del 50° anniversario dell’’Organizzazione mondiale per la sanità’ [...]. Artisti da tutto il mondo partecipano a un progetto corale [...]. Lygia Clark, già nel 1978, intuì la fine di una certa funzione dell’arte e decise di abbandonare la sua attività di artista astratto per quella terapeutica, ponendosi l’obiettivo di sondare gli abissi più profondi della mente e giungere a un livello prelinguistico o psicotico, nell’ambizione di comunicare attraverso degli ‘oggetti relazionali’, al di là di ogni codice convenzionale.”
Anna Detheridge, Percezioni dalla periferia del mondo, in “Il Sole 24 Ore”, 31 maggio 1998, p. ?

“Modello innovativo del rapporto tra arte e contesto sociale [basata sull’idea che] l’artista deve assumersi la responsabilità di mettere in comunicazione le varie attività umane, dall’economia alla politica, dalla scienza alla religione [...] per ridisegnare e reinterpretare il mondo, ridefinire il concetto di civiltà, agganciare l’arte alla vita.”
??????? in “La Repubblica”, 6 luglio 1998, p. ?

“Il deserto diventò per Eucherio il luogo della ‘philosophia’ e della ‘libertas’, della dimensione del silenzio, l’unica oggi come allora capace di attuare l’incontro con Dio”.
Autore, Per favore, silenzio, in “La Repubblica”, 6 luglio 1998, p. ?

“Perfino nostro Signore e salvatore subito dopo il battesimo, come dice la Scrittura, viene portato dallo spirito nel deserto.”
Eucherio di Lione, Elogio della solitudine, 22, citato da Autore, Per favore, silenzio, in “La Repubblica”, 6 luglio 1998, p. ?

“Disiecti membra poetae”
Orazio, Satire I, 4, 62 (citazione tratta da ???)

“Aut insanit homo, aut versus facit”
Orazio, Satire II, 7, 117 (citazione tratta da ???)

“È famosa la storia del patto che Aby fece con suo fratello Max: a dodici anni egli si dichiarò disposto a rinunciare ai suoi diritti di primogenito a favore del fratello cadetto, a condizione che questi si impegnasse vita natural durante a comprargli tutti i libri che avesse desiderato.”
Ingrid Warburg Spinelli, Lo zio Aby, in Mnemosyne, Artemide, Roma, 1998, p.?

“Tutta la pittura moderna è un inganno, una nullità.”
Giorgio de Chirico, conferenza tenuta dopo l’inaugurazione della mostra Pittura metafisica, XXIV Esposizione Internazionale d’Arte, La Biennale di Venezia, Venezia 1948.

G. Paolini, Fragments, in “Ligeia”, n. 25-26-27-28, ottobre-giugno, Parigi 1998-99, pp. 89-91 (estratti Vacanza, Peccato originale, Buongiorno, in francese).
Giulio Paolini. Da oggi a ieri, catalogo della mostra, GAM Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino, Hopefulmonster, Torino 1999, p. 72 (estratti Il momento della verità, Chi si esprime è perduto, Istituto di bellezza, Se e sé e Giro di boa capoverso P.S.).
2000. Elogio della bellezza/1. De Metaphisica, catalogo della mostra, Appiani Arte Trentadue, Milano, Skira editore, Milano 1999, p. 41 (estratto Istituto di bellezza).
Giorgio de Chirico. Les dix dernières années. 1968-1978, catalogo della mostra, Palais des Beaux-Arts, Charleroi 2001, pp. 31-33 (estratto Peccato originale, in francese).
Impressions Graphiques. L’opera grafica di Giulio Paolini, 1967-2000, catalogo della mostra, Association Jacqueline Vodoz et Bruno Danese, Milano 2001, pp. 10 (estratto Il momento della verità), 14 (estratto Se e sé), 16 (estratto Chi si esprime è perduto), 20 (estratto da Giro di boa, capoverso P.S.), 24 (estratto Istituto di bellezza) (in italiano e inglese).
G. Paolini,
Per un verso o per l’altro. E altro ancora, Galleria Massimo Minini, Edizioni l’Obliquo, Brescia 2007, vol. Per un verso o per l’altro, pp. 18 (estratto Effetto eco), 20 (estratto Disjecti membra poetae), 34 (estratto Il momento della verità, con l’aggiunta della strofa finale L’autore? Un attore), 38 (estratto Ingresso libero).
Giorgio de Chirico / Giulio Paolini, a cura di A. Cortellessa, Nino Aragno Editore, Torino 2019, pp. 17-19 (estratto Peccato originale).
Giulio Paolini “Le Chef-d’œuvre inconnu”, catalogo della mostra, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino 2021, vol. 2: Recital. Scritture in versi 1987-2020, pp. 27 (estratto Disjecti membra poetae), 34 (estratto Ingresso libero) (in italiano e inglese).
Giulio Paolini. Era finora, Edizioni Fondazione Luigi Rovati, Johan & Levi editore, Milano 2022, p. 10 (estratto Ingresso libero, in italiano) / 48 (inglese).

Inglese
Impressions Graphiques. L’opera grafica di Giulio Paolini, 1967-2000, catalogo della mostra, Association Jacqueline Vodoz et Bruno Danese, Milano 2001, pp. 10 (estratto Il momento della verità), 14 (estratto Se e sé), 16 (estratto Chi si esprime è perduto), 20 (estratto da Giro di boa, capoverso P.S.), 24 (estratto Istituto di bellezza) (traduzione di Rodney Stringer).
Giulio Paolini “Le Chef-d’œuvre inconnu”, catalogo della mostra, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino 2021, vol. 2: Recital. Scritture in versi 1987-2020, pp. 27 (estratto Disjecti membra poetae), 34 (estratto Ingresso libero) (traduzione di Gabriele Poole).
Giulio Paolini. Era finora, Edizioni Fondazione Luigi Rovati, Johan & Levi editore, Milano 2022, p. 48 (estratto Ingresso libero, traduzione di William Lee).

Francese
G. Paolini, Fragments, in “Ligeia”, n. 25-26-27-28, ottobre-giugno, Parigi 1998-99, pp. 89-91 (estratti Vacanza, Peccato originale, Buongiorno, traduzione di Marie-José Leroy).
Giorgio de Chirico. Les dix dernières années. 1968-1978, catalogo della mostra, Palais des Beaux-Arts, Charleroi 2001, pp. 31-33 (estratto Peccato originale, traduzione Top Traduc).

Scheda a cura di Maddalena Disch, 15/05/2026