Del più e del meno, 1986
GPS-0167
“È accaduto ieri mattina alle 11 davanti a centinaia di persone. Mezz’ora prima l'uomo (56 anni) si era arrampicato sulla guglia più alta della cattedrale (56 metri). La tragedia si è consumata in una manciata di minuti, nonostante un funzionario di polizia, salito sulla balconata, avesse tentato di convincere l’uomo a scendere”
(La Notte, ultima edizione, Milano, 9 giugno 1986)
“Sono alla ricerca di un pretesto (ma non lo trovo) per dar corpo (o almeno forma apparente) a questa lettera, che non sembra avere altra ragione che quella di raggiungerti.
Un po' confusamente, sto cioè cercando di farti pervenire una “cosa”, un foglio di carta (che altro?) che ti trasmetta, più che il mio imbarazzo, che non riesco peraltro a contenere, la mia inaffidabile, ma accesa ammirazione. Che brutto termine! Come chiamare altrimenti un sentimento – tale è – che si affaccia senza troppe esitazioni, ma anche (torno alla frase d’apertura) senza alcuna credibilità? Qui, proprio su quest’ultima parola dovrei chiudere (o magari invece aprire, tentare di spiegarmi) ma non posseggo altro che questa lettera, questo istante, queste sterili frasi…”
(Da una lettera non ancora spedita, qui, sul mio tavolo, stessa data)
Muoio un po' meno, ogni giorno. È una verità ovvia, quasi quanto il suo contrario: “ogni giorno ci avvicina un po' di più alla fine”, modo di dire che addirittura sconfina dall’ovvietà alla legge, l’unica che non ci sia consentito trasgredire.
L’inversione, a parole, di una sia pur inarrestabile marcia di avvicinamento, consente tuttavia di distinguere l’unità di misura del più (i giorni come entità temporali contabili, costituite da ore e minuti) da quella del meno (i giorni come numeri primi, indivisibili, di un codice di cui non possediamo la cifra).
Quale sia il senso o la legittimità di un simile paradosso – o la sua scontata ovvietà, come si diceva – mi condurrebbe sulla soglia di una voragine speculativa – o di inconsistenti, viziosi dilemmi – che non oso affrontare.
Comincio, invece, ad osservarmi: scrivo a mano, così come si disegna, senza cioè quella previsione tattica che di solito si accompagna alla formulazione di qualcosa di rappresentativo, anche se del tutto personale. La carta, la penna o la matita, fortuna vuole, sono già lì. Pochi oggetti intorno, ciascuno posato in una sua propria e delicata aureola di polvere, che del resto si rivela solo quando la loro dislocazione viene a confermare una certa loro utilità.
Vesto di preferenza – non è facile trovarne – abiti usati, contrariamente all’abitudine dell'amico R. R. di gettare ogni giorno tutti i capi indossati il giorno prima, per vestirne di nuovi e immacolati. Mi chiedo ora chi sia l’ospite che ho qui accanto, e se sia più o meno interessato a valutare – da osservare non c'è gran ché – queste poche tracce che ho appena elencato.
G. Paolini, Ancora un libro, a cura di Bruno Corà, I libri di A.E.I.U.O., Editrice Inonia, Roma 1987, pp. 75-76.
Raymond Roussel
“È accaduto ieri mattina alle 11 davanti a centinaia di persone. Mezz’ora prima l'uomo (56 anni) si era arrampicato sulla guglia più alta della cattedrale (56 metri). La tragedia si è consumata in una manciata di minuti, nonostante un funzionario di polizia, salito sulla balconata, avesse tentato di convincere l’uomo a scendere.”
“La Notte”, 9 giugno 1986, p. ?
• G. Paolini, L'autore che credeva di esistere, Johan & Levi Editore, Milano 2012, p. 208 (con omissioni, in italiano) / 256 (inglese).
Inglese
• G. Paolini, L'autore che credeva di esistere, Johan & Levi Editore, Milano 2012, p. 256 (traduzione di Sandra Holt).