Senza titolo, 2008
GPS-0095
Non dirò nulla su Lucio Fontana. Sono qui per parlare dell’opera, senza dimensioni e senza data, alla quale Fontana ha sempre “atteso” (lo dice lui stesso con insistenza, in molti dei suoi ultimi quadri intitolati appunto Attese).
Dunque non dirò nulla su Lucio Fontana. Dirò tutto, invece, della sua opera e delle opere non sue.
Sempre sue, certo, ma che sotto altro nome nei secoli l’hanno preceduto e nei secoli lo seguiranno.
Soltanto così potremo parlare davvero di lui. Parlare dell’opera di un artista non significa soffermarsi passo passo sulle sue opere. L’opera dell’artista è oltre, al di là di ogni opera (non si rende evidente, non è visibile) s’è vista prima e la si vedrà dopo.
Il tempo non esiste. Ancor meno le epoche... E lo spazio? Come potremmo dire di conoscerlo, se non riusciamo neppure a vedere – dal di fuori – il nostro sguardo?
Brevi frasi, sussurrate tra sé e sé, a fior di labbra e a occhi socchiusi, solennemente gratuite eppure assolutamente innocenti, che potrebbero accompagnarci nella visita ad un museo immaginario... Stanze della memoria di una “Storia dell’arte italiana” che trattenga in superficie – dico davvero “superficie” – pochi ed essenziali fatti salienti.
Muovendo dalle sale del Quattrocento, dalle trasparenze del Perugino, potremmo ritrovarci quasi subito, per un improvviso soprassalto percettivo, in quelle che al Beaubourg ora accolgono le tracce dell’itinerario esemplare di Lucio Fontana: volte celesti, percorsi siderali che ci conducono ad una dimensione inconfondibile, sospesi a mezz’aria di fronte a un nulla che sa riempire il vuoto. Dalla fondazione della prospettiva approdiamo alla sua variante spaziale, vera e consapevole dimenticanza dell’impianto “disegnato” dell’opera. (…)
(Non dirò nulla, appunti per una conversazione su Lucio Fontana, Galleria Comunale d’Arte Moderna, Bologna, febbraio 1988).
Vent’anni sono trascorsi da quando ebbi occasione di dire (o non dire) quelle poche parole su Lucio Fontana. Poche ma già troppe a proposito di un’opera che detiene (e impone) il silenzio in chi la considera, come me, non un argomento o tanto meno un pretesto sul quale discutere, ma un’isola da avvistare e contemplare a distanza, dove sia opportuno e riguardoso astenersi dal fare commenti: un approdo inaccessibile, o riservato a pochi privilegiati.
Vent’anni dopo, non occorre neppure ricordare quanto l’eco della sua opera si sia finalmente amplificata e così anche le sue quotazioni di mercato: tanto per insistere sulla simmetria, anche il valore dei suoi quadri è aumentato di almeno venti volte.
Ma tutto questo è noto e non vale ripetere: la voce che oggi consacra il valore effettivo (vorrei dire assoluto) della sua opera è quella della Storia dell’arte e la gloria (per una volta usiamo questo termine) che ne deriva è la luce costante, crescente, che la illumina tra i tanti corpi opachi, anche se a tinte sgargianti, che popolano la scena dell’arte di questi giorni.
Non saprei come spiegare quella luce (non occorre che sia io a tentare di farlo): forse è possibile descriverla osservando l’ombra che provoca, il rilievo che quella luce lascia dietro di sé, un’ombra compatta non come quella prodotta da un qualsiasi oggetto riconoscibile, ma da qualcosa di diverso, da un corpo estraneo staccatosi dal repertorio iconografico abitualmente frequentato da quadri e sculture.
Un’eclisse da camera... il cosmo, appoggiato sul tavolo o sospeso alla parete, da ammirare per la contenuta vertigine che ci offre con misura ed eleganza.
(Agosto 2008)
Fontana. Luce e colore, catalogo della mostra, Palazzo Ducale, Genova, Skira editore, Milano 2008, p. 128.
Lucio Fontana; Pietro Perugino
Beaubourg, Parigi