No comment, 2001
GPS-0073
“Quant'è profondo il Canale della Manica!... E se quei pochi chilometri bastano a segnare una frontiera tanto marcata, meglio non pensare alle abissali profondità degli Oceani...”. Una constatazione così esclamativa e immediata, che mi sorge spontanea e quasi di sorpresa, credo meriti qualche chiarimento: non mi riferisco cioè all'esperienza di un naufragio in mare aperto ma a una tempesta metaforica, da camera, appena consumatasi nel chiuso delle pareti della Tate Modern. Parlo delle fasi di allestimento della mostra “Zero to lnfinity, Arte Povera 1962-1972” recentemente tenutasi a Londra, dove sono emerse diversità e incomprensioni tra gli artisti, autori delle opere, e i curatori dell’esposizione. Volendo evitare il resoconto, la cronaca degli eventi, per arrivare subito a una valutazione generale delle forze in campo, ho potuto osservare che la distanza tra i contendenti era costituita dalla contrapposizione di due diversi atteggiamenti riguardo alla considerazione del valore dell'opera.
Per noi (artisti... e italiani) l'opera è, e deve restare, un assoluto. Anche se relativo, beninteso: deve ovviamente trovare un modo di convivenza quando viene accostata, come in questo caso, ad altre opere nel luogo di esposizione. Ma non ammette di essere riferita ad alcunché che non sia la sua esistenza autonoma, la sua propria identità pur se non del tutto esplicita e trasparente. Per loro (curatori... e anglosassoni) l'opera è, e deve risultare, un episodio: significativo, magari sublime ma sempre istruttivo, tematico e pronto a tradursi in didattico. Un episodio destinato quindi, sì, all'ammirazione purché però sostenuta e comprovata da solidi argomenti di carattere sociologico, giudizi critici posti a commento sulla parete e in catalogo, spesso, in questo caso, arbitrari o addirittura equivoci.
Una mostra è un’occasione, si ripeteva anche qui, rivolta soprattutto ai giovani. Ma perché proprio a loro, che sono gli osservatori più ricettivi e pronti a cavarsela da soli ma anche i più innocenti, disposti a credere a interpretazioni e sentenze erronee o distorte?
Si profilano dunque, ecco incombere la tempesta, due sostanziali e diverse modalità di concepire e di intendere il senso dell'opera e della sua esposizione. Da un lato la contemplazione, capace di spingerci all'immedesimazione, all'identificazione di qualcosa che ci attrae e al di là della nostra stessa consapevolezza... Dall’altro la comprensione, che riesce a trattenerli al di qua di ogni illusione sul terreno concreto e praticabile dell'analisi e della conoscenza. Traducendo, correggendo, facendo insomma rientrare alla base le traiettorie misteriose, avventurose ma non sempre inconsulte, che dell'opera sono proprie e che, seppure di senso non del tutto accertato, restano comunque un suo valore “non trasferibile”.
Che altro aggiungere, ancora? Non voglio, non posso inoltrarmi in queste forse troppo occasionali divagazioni...
Del resto, proprio un inglese, Oscar Wilde, principe e martire di questi stessi temi, ha saputo metterci in quota, aprirci i cicli più limpidi, offrirci i voli più liberi o acrobatici e guidarci in modo mirabile alla ricerca della Bellezza.
“Il Giornale dell’arte”, n. 203, ottobre, Torino 2001, p. 47 (con titolo redazionale “Tempesta da camera”).
Oscar Wilde
Tate Modern, Londra
Zero to Infinity: Arte Povera 1962-1972, Tate Modern, Londra 2001. anche le successive sedi?