Il luogo (o non-luogo) degli appelli perduti, 1996
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Ho letto e riletto più volte con attenzione, a tratti con commozione, in quest’ultimo intervallo di tempo il testo denso e puntuale di Rudi Fuchs pubblicato sul “Giornale dell’Arte” del marzo scorso. Dico subito che non è mia intenzione “rispondere” punto per punto: mi trovo piuttosto convocato a “corrispondere”, ospite e antagonista, a confondere adesione e opposizione, o andare oltre, spingere più in là quelle sue considerazioni. Mi trovo insomma a interferire in via analogica, e lascio a chi eventualmente vorrà a sua volta riprendere queste tracce il compito di arrivare a qualche possibile conclusione.
Ma veniamo al dunque. Dice Rudi Fuchs: “Mostrare le opere per stimolare il dibattito, offrirle al vaglio di un’analisi, è meglio che apprezzarle semplicemente, solo perché sono nuove e non familiari. Un museo non è un posto di adorazione bensì una scuola; di fondamentale importanza è anche il significato di quell’opera all’interno dell’ampio contesto formato da altre opere, nella collezione. Un museo non interpreta semplicemente un’opera ma tutte le altre opere contemporaneamente; esso interpreta non solo l’opera ma anche la collocazione di quell’opera tra le altre opere; continuamente paragona le une alle altre e le propone al suo pubblico per un ulteriore paragone. Un museo è tale perché non perde di vista le differenti opere di differenti artisti e le dispone in base a dei suoi criteri per mostrarle al pubblico. Questa è l’essenza e la ragion d’essere di un museo”.
Tanto per cominciare, per esempio, andiamo all’auditorium: quel certo violinista è lì a ridare voce a quella data partitura. Grazie a lui ascoltiamo un autore (uno alla volta, in quel preciso istante); dopo (non lì) ci chiederemo la ragione dell’insieme dei brani che componevano il concerto, estenderemo l’ascolto all’intera storia della musica. In altri termini, e più esplicitamente, compito del direttore d’orchestra (o di museo) è di “restituire” un’immagine prima di “spiegare” un perché. Del resto, il repertorio a sua disposizione è relativo e limitato.
Il biglietto d’ingresso al teatro (o al museo) è un lasciapassare per la “folgorazione dell’anima”, non per l’apprendimento... Se l’opera non risuona, non “parla”: inutile il rumore dell’orchestra (o della collezione), meglio allora il silenzio.
Da ragazzo trascorrevo intere giornate nelle stanze abbandonate dei musei, non importa quali: ricordo che una volta fui riconsegnato ai genitori che vennero a prelevarmi dopo l’ora di chiusura.
Oggi mi sento “obbligato” a visitarli e mi metto in coda, nell’attesa compunta e rassegnata di vedere qualcosa che tutti abbiamo già visto (molto mi resta da vedere ma niente, credo, da scoprire).
Nei “nuovi musei” le opere non sembrano e poste ma disposte, utilizzate come intrattenimento o pretesto, stazioni da offrire a un visitatore demotivato, accolto al solo scopo di far numero. Da tempo, poi, non penso e non dico più nulla su Biennali, Triennali, Quadriennali, Documenta... estenuanti, sconsiderate riunioni propiziatorie per tutti e per nessuno.
L’innesto di un cospicuo coefficiente sociologico (la “verità” dei sondaggi d’opinione, la ricerca di consenso o, il “politically correct”) finirà col prosciugare ogni altra risorsa che non sia la stessa constatazione delle nostre risorse.
“Teniamoci lontani dal nostro tempo, lontani da questo sociale che ci frana addosso come una montagna di nulla. Non ne posso più del sociale, della politica gestita dai partiti, delle masse, ovvero delle plebi che sono al potere sotto forma di opposizione, ma non sono più minoritarie. L’informazione si illude di informare sui fatti, ma la semplice e fatua verità è che i fatti non esistono, la storia non ha esperienza. Aristotele ricordava che l’attendibilità di un fatto dipende da come è narrato, non dal fatto che è accaduto”, dice Carmelo Bene (intervista a Repubblica, 19 novembre 1995), voce solista e solitaria, espulsa dal Palazzo dell’Arte.
La stessa disastrosa strategia, l’errore degli errori che curiosamente ricalca il “peccato originale” si compie nel Palazzo di fronte, quello della Religione. Gli fa eco Vittorio Messori che (dal Corriere della Sera) invoca “la proclamazione di almeno tre ‘anni sabbatici’, durante i quali tutti, nella Chiesa, riscoprano le virtù salutari del silenzio, del digiuno delle parole, dette e scritte, negli infiniti documenti, incontri, convegni, simposi, assemblee, confronti, sinodi, tavole rotonde, meeting, congressi. Sospensione, insomma, di quella irrefrenabile incontinenza verbale che ha condotto a una situazione paradossale: negli ultimi vent’anni la Chiesa, a ogni livello, ha prodotto più ‘documenti’ e pronunciato più parole che nei quasi venti secoli precedenti”.
Tutt’intorno, aggiungo io, le baracche della politica (italiana) crescono e crollano subito dopo, in un sinistro rumore di fondo alimentato dal brusio fastidioso e insultante della televisione e dei giornali.
Il museo deve “consistere”, non “manifestarsi”. È il luogo (o non-luogo) degli appelli perduti o ritrovati.
Solo, ultimo indirizzo a cui rivolgersi dove poter trattare una materia delicata (intrattabile!) come un’opera d’arte.
Luogo virtuale e originario, scacchiera radiosa e desolata dove “promessa” e “catastrofe” restano allineate in una luce imparziale...
“Abito qui (affermavo in Contemplator enim, Hopefulmonster / C. Stein ed., 1991) da qui vi scrivo e qui d’ora in poi intendo restare. Questo non vuol dire aprire o chiudere quelle porte, che rimarranno come al solito socchiuse, né distrarre l’attenzione dai fenomeni e dall’attività delle istituzioni impegnate sul fronte dell’arte contemporanea. L’arte, però, deve essere antica. Forse qualcosa davvero si apre e si chiude, almeno per me. Si apre una fase diversa, una nuova area di ricognizione si profila all’orizzonte: ed ecco che per poterla osservare si chiude la pratica del ‘grand tour’, la precaria conquista e il conseguente abbandono degli ‘spazi espositivi’, colonie sterili e provvisorie di un Aleph senza fissa dimora”.
Siamo a un bivio. Due strade ci indicano due direzioni divergenti, separate (nessuno sa se un giorno ci ritroveremo al punto di arrivo o di partenza): una ci richiama urgentemente alla realtà, l’altra ci sospinge lentamente e si inoltra in un universo cifrato.
Sono in gioco, ancora una volta, due attitudini contraddittorie: quella dell’artista testimone e quella dell’artista esiliato.
Infine, consentitemi un’immagine. Sì, una pura e semplice visione, non certo una teoria dell’arte... Consentitemi di disegnare con voi una sorta di “città ideale”. Quella folla (della quale noi tutti, del resto, siamo parte integrante) che scorre oggi nei musei, in quei colossali “prêt-à-regarder” di facili e false percezioni, quella folla... sosta silenziosa e immobile. Non all’interno, ma sulla soglia di un museo immaginario, luogo (o non-luogo) che possa ospitare la memoria, passata e futura, dell’artista.
Parlo di un museo personale (ma dichiaratamente impersonale), delle “Oeuvres complètes”, di un’“Esposizione Universale” capace di concentrare e di evocare, senza necessariamente mostrare, l’opera che ancora e sempre attendiamo di vedere.
“Il Giornale dell’arte”, n. 144, maggio, Torino 1996, p. 68.
Rudi Fuchs
Vittorio Messori
Carmelo Bene
Rudi Fuchs: “Mostrare le opere per stimolare il dibattito, offrirle al vaglio di un’analisi, è meglio che apprezzarle semplicemente, solo perché sono nuove e non familiari. Un museo non è un posto di adorazione bensì una scuola; di fondamentale importanza è anche il significato di quell’opera all’interno dell’ampio contesto formato da altre opere, nella collezione. Un museo non interpreta semplicemente un’opera ma tutte le altre opere contemporaneamente; esso interpreta non solo l’opera ma anche la collocazione di quell’opera tra le altre opere; continuamente paragona le une alle altre e le propone al suo pubblico per un ulteriore paragone. Un museo è tale perché non perde di vista le differenti opere di differenti artisti e le dispone in base a dei suoi criteri per mostrarle al pubblico. Questa è l’essenza e la ragion d’essere di un museo.”
Rudi Fuchs, Titolo, “Giornale dell’arte”, n. 142, marzo 1996, p. ?
“Teniamoci lontani dal nostro tempo, lontani da questo sociale che ci frana addosso come una montagna di nulla. Non ne posso più del sociale, della politica gestita dai partiti, delle masse, ovvero delle plebi che sono al potere sotto forma di opposizione, ma non sono più minoritarie. L’informazione si illude di informare sui fatti, ma la semplice e fatua verità è che i fatti non esistono, la storia non ha esperienza. Aristotele ricordava che l’attendibilità di un fatto dipende da come è narrato, non dal fatto che è accaduto”, Carmelo Bene intervistato da Antonio Gnoli, Carmelo bene l’ultimo pornografo, in “La Repubblica”, 19 novembre 1995, p. ?
“La proclamazione di almeno tre ‘anni sabbatici’, durante i quali tutti, nella Chiesa, riscoprano le virtù salutari del silenzio, del digiuno delle parole, dette e scritte, negli infiniti documenti, incontri, convegni, simposi, assemblee, confronti, sinodi, tavole rotonde, meeting, congressi. Sospensione, insomma, di quella irrefrenabile incontinenza verbale che ha condotto a una situazione paradossale: negli ultimi vent’anni la Chiesa, a ogni livello, ha prodotto più ‘documenti’ e pronunciato più parole che nei quasi venti secoli precedenti.”
Vittorio Messori, in “Corriere della Sera”, edizione non identificata.