De pictura, 1992
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Nitida, lineare, sonora (ora anche in versione francese, certamente più immediata della stesura nell’italiano di allora) e soprattutto visiva (nelle linee portanti dell’apertura prospettica che descrive) la parola di Leon Battista Alberti ci raggiunge nella sua originaria purezza.
Non proprio squillante, però, e la sua antica trasparenza è un po’ velata dal tempo: del resto, ancorché ridotte in frammenti, certe rovine conservano una loro nobile bellezza e le velature ne impreziosiscono perfino il chiaroscuro.
Parola di trattato, e non di teoria, riesce così ad evitare lo scacco, a mantenersi neutrale, rispettosa dei valori universali e perenni anche se un po’ offuscati dalla caduta del modello. Una parola sempre limpida ma oggi meno edificante di ieri, rovesciata dai luoghi della scacchiera del sociale ai luoghi della scacchiera del linguaggio: il re, o quasi dio (l’artefice “vedrà le sue opere essere adorate e sentirà sé quasi giudicato un altro iddio”, De Pictura, II, 77) è dunque costretto all’arrocco, allo scambio di posizione.
E non si tratta soltanto di aggiustare la mira. Consentitemi ancora un’immagine: l’astronomo siede al suo posto di osservazione, quando si accorge che la distanza che lo separa dalle stelle è la stessa che ormai lo separa dalla Terra. Intento a scrutare la volta celeste, vaga nello spazio in assenza di forza di gravità senza più avere contatto col mondo, senza poter più inviare messaggi a non si sa quale destinatario. Ma forse è il telescopio ad essersi orientato nella direzione opposta… E il vero? Di vero non resta all’astronomo che il suo solo strumento, proprio lo strumento che gli consente l’osservazione del vero.
La prospettiva apre e chiude, nello stesso istante, le porte della rappresentazione. Il punto di fuga all’infinito annulla pesi e misure: impossibile “afferrare” l’oggetto, che scompare inghiottito dalla stessa struttura prospettica che lo ha reso visibile, ma incorporeo, al di là del piano della visione.
È il nostro punto di vista, non l’oggetto (sempre uguale o destinato a diventarlo), è la traiettoria dello sguardo (sempre diversa o comunque irripetibile) che disegna lo spazio del nostro campo visivo.
L’artista oggi non può, e non vuole, negare la prospettiva: che non è più soltanto un artificio cui ricorrere per rappresentare un oggetto, ma un accorgimento che gli consente di spostare il piano della rappresentazione, di osservare – appunto in prospettiva – la stessa superficie del quadro.
Un quadro è la prospettiva di tutti i quadri che l’hanno preceduto, come se “quel” quadro non potesse essere altro che quel quadro. Nel mio De Pictura la tela centrale, ciò che si suppone sia l’opera (una firma e una data la certificano come tale) è rovesciata e rivolta verso un personaggio (autore o osservatore), abitante solitario di una scena che non sembra aprirsi esplicitamente al nostro sguardo.
L’artista oggi, e da sempre, è ancora alla ricerca, o in attesa, della bellezza...
Estranea ad ogni definizione, la bellezza è parente stretta dell’infinito, della vertigine dell’interpretazione: ma non è posta al di là di una prospettiva indecifrabile, in estrema, irraggiungibile lontananza. Sempre mutevole, ancorché immobile la bellezza appare in controluce. Le attribuiamo i lineamenti che i nostri occhi sono stati educati a vedere dal vero e che invece non le appartengono, non bastano cioè a configurarla, a darle un volto: erede del vero non riconosce però nel vero il suo modello.
L’artista, oggi, sa di potersi esprimere meno degli altri. È lui che, solo e da sempre, sperimenta ogni giorno l’inafferrabilità, o l’inesistenza, dell’espressione. La quale, se si manifesterà, non si manifesterà in lui ma, a lui, non riserverà che l’amaro compito di darle voce.
Ed è lui, l’artista, a sapere prima degli altri che l’immagine che gli toccherà di scoprire non è sua ma di tutti, anche se non per tutti. Il suo destino gli impone, malgrado le apparenze, l’assenza dalla scena del mondo, un esilio di tempo e di luogo.
Così esce di scena l’autore. L’opera è altrove, non si tocca.
Intervento all’incontro Les artistes lisent Alberti (De Pictura 1435), Istituto Italiano di Cultura, Parigi, 22 giugno 1992. Prima pubblicazione in “Art press”, n. 172, settembre, Parigi 1992, p. 51 (“De la peinture”, in francese).
Leon Battista Alberti
“Vedrà le sue opere essere adorate e sentirà sé quasi giudicato un altro iddio.”
Leon Battista Alberti, De Pictura, 1435-36, libro II, 26.
• Giulio Paolini. Correspondances, catalogo della mostra, Accademia di Francia, Villa Medici, Roma, Umberto Allemandi & C., Torino 1996, cat. n. 11 (estratti La prospettiva... piano della visione e Un quadro... “quel” quadro).
Francese
• G. Paolini, De la peinture, in “Art press”, n. 172, settembre, Parigi 1992, p. 51 (traduzione Alain Degange).