Interpreti (di che cosa?), 1986
GPS-0166
L’abbiamo notata tutti mille volte quella cosa un po' buffa, ma anche così solenne, l’abitudine che i musicisti hanno, al termine di ogni brano del concerto, di voltarci le spalle, di andarsene (chi può, addirittura portandosi via il proprio strumento), di lasciarci con lo sguardo nel vuoto e gli orecchi increduli, abbandonati a noi stessi, per riapparire un attimo dopo a ricostituire il contatto appena interrotto.
Pochi secondi che più inutili non potrebbero essere. Se non lo facessero, però, sarebbero loro a tenere la scena; ricomparendo invece ogni volta, ogni volta la riportano in scena. Chi? La scrittura, è lei – non la musica – che dietro il palcoscenico si ascolta in silenzio, è lei che i musicisti visitano ogni volta, obbedendo e facendoci obbedire a un sapiente cerimoniale.
Che cos’è che dunque adoriamo, un canto senza voce, un’astrazione ... E gli angeli che ce la annunciano, non sono che dei normali ambasciatori? Se questi corpi (il rossore che sopravviene sul viso dell’oboe nella nota lunga dell’Adagio, il pallore stabile del violoncello) non sono celesti, che cosa ci resta da ammirare? Che cosa ci annunciano, quei suoni sublimi?
G. Paolini, Ancora un libro, a cura di Bruno Corà, I libri di A.E.I.U.O., Editrice Inonia, Roma 1987, p. 74.