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Con Carla fu subito diverso... Gli altri “critici” (e lo scrivo tra virgolette) si limitavano a esercitare il ruolo di recensori su giornali o riviste e non avevo alcun rapporto personale con loro. Grazie all’amicizia e all’assidua frequentazione che Carla Lonzi aveva con Luciano Pistoi e con Anna, si stabilì subito una sintonia, una confidenza del tutto particolare.
“Carla istituiva una vera e propria intimità con l’artista e metteva in secondo piano il discorso teorico sull’arte, di cui non condivideva il modo professorale di scrivere e agire. Puntava molto sul rapporto di conoscenza diretta, sul dialogo e sulla condivisione anche personale. Si facevano vacanze e viaggi insieme; oltre ai soggiorni in Toscana ricordo diverse trasferte a Milano e fu grazie a lei che ebbi occasione di conoscere Marisa Volpi e Germano Celant... Carla entrava a far parte della vita degli artisti cui era interessata. Questo spiega anche le ragioni del suo successivo passaggio al femminismo: la critica d’arte, come la intendeva lei, apparteneva al vissuto più che agli studi teorici; era un darsi a corpo morto, senza mediazioni.”
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In Autoritratto afferma che il contatto con l’arte va affrontato come “quel momento vitale in cui tu non chiedi garanzie”. Quale miracolosa sintesi e conciliazione degli opposti, tra una rigorosa pertinenza con il “meccanismo” dell’opera e un’inattesa intimità!
Fu per me come aver superato gli esami (che non c’erano, non c’erano mai stati) e avviare una nuova stagione, un’avventura da percorrere e nella quale potersi inoltrare.
Già in un articolo intitolato
La solitudine del critico, pubblicato su “L’Avanti” nel 1963, Carla affermava che l’attività di critico d’arte andava considerata come un qualcosa da reinventare e arricchire di nuovo sbocchi vitali. Il critico veniva definito come un dispensatore di benemerenze, una figura che cerca di programmare e di “regolare” la produzione artistica. Certo, i “professori” non vedevano di buon occhio una figura così anomala, separata dalle convenzioni abituali dell’attività critica e così propensa a cambiare le regole del gioco... a stabilire, come dicevo, una confidenza e un’apertura oltre al territorio consueto del rapporto tra il critico e l’artista.
Carla Lonzi, a un certo punto, arriva a considerare l’arte come qualcosa che nel contatto con la società non permette la comunicazione.
Devo ammettere che soltanto ora credo di aver capito fino in fondo come la mia adesione a quei principi di allora potesse arrivare in seguito a coincidere con quanto oggi sono portato a contraddire sullo stesso argomento: e cioè, paradossalmente, come quella “libertà” potesse rovesciarsi in una sorta d’intransigenza... Ma, si sa, gli estremi si toccano e tendono a collassare gli uni sugli altri.
“L’autore abdica, rinuncia al suo nome alla proposta indecente dell’amplificazione sociale del suo ruolo (o non-ruolo): osserva la regola che attribuisce valore primario e assoluto all’opera, alla stessa dinastia che la precede nel tempo e dalla quale discende in linea diretta. Dunque l’imperativo è liberare il linguaggio dalla sottomissione a essere operativo, funzionale... a intenderlo come transitivo. La ‘scomunica’ riguarda proprio la comunicazione, il discorso diretto praticato da autore a spettatore, l’’eresia’ dell’artista deciso a trasmettere qualcosa di sé o del mondo al quale crede e dichiara di appartenere.”
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Nell’elaborazione del pensiero femminista, Carla Lonzi porterà alla rottura molti rapporti instaurati precedentemente con gli artisti. Il suo “rigore spietato” la condurrà ad avvistare nella figura dell’artista qualcuno che pretende di aver sempre ragione... Non oso certo darle torto: come ho appena detto, niente è di maggiore ingombro al configurarsi dell’opera che la presenza del suo autore. Così subentra in lei una radicalità che sembra non aver tregua, non conoscere un equilibrio soddisfacente: quasi una predestinazione alla ricerca incessante, sempre tesa ad andare oltre, a superare se stessa senza mai indugiare né smentirsi. Ovvero, sempre in virtù della coincidenza dei contrari, a fissarsi nello sguardo ispirato che traspare dagli occhi dell’adolescente Teresa Martin, chiusa nel Monastero di Lisieux, nella fotografia che la ritrae come “Giovanna d’Arco in prigione”.

1 Da una conversazione con Lara Conte e Maddalena Disch, agosto 2007. Questa mia memoria fa anche eco all’intervista rilasciata a Elena Menegatti per la sua tesi di laurea su Carla Lonzi, Università di Torino, a.a. 1998-99.
2 Dalla premessa al mio libro L’autore che credeva di esistere, di prossima pubblicazione presso Johan & Levi Editore, Milano 2012.

Intervento alla tavola rotonda Autoritratto: un libro e un metodo dedicata a Carla Lonzi, 21 giugno 2012, Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma.

Germano Celant; Carla Lonzi; Marisa Volpi

Luciano Pistoi

RELIGIOSI
Teresa Martin

Anna Piva

Monastero di Lisieux

[Il contatto con l’arte] “quel momento vitale in cui tu non chiedi garanzie.”
Carla Lonzi, Autoritratto, De Donato Editore, Bari, 1969, p. 203.

Scheda a cura di Maddalena Disch, 23/06/2026