Senza titolo / senza autore, 2007
GPS-0092
Titolo, ovvero “dignità, grado che conferisca distinzione, onore. Iscrizione sotto una statua, un quadro, un sepolcro, un trofeo. Denominazione: il titolo di un’opera. Ragione, diritto: a che titolo...?”1
Da parte mia, ho tentato altre volte di valutare e descrivere per immagini se non il significato almeno la portata dei due termini in questione, ‘titolo’ e ‘autore’, dei quali questo testo si avvia da qui a constatare l’assenza.
La frequente ascrizione delle opere d’arte contemporanea a un diffuso anonimato, cioè alla mancanza di un titolo d’identità e di riconoscimento, si accompagna, credo, alla mancanza di investitura che l’autore riscontra da sempre, e sempre più, nella natura del suo ruolo: o non-ruolo, vista la sostanziale latitanza della committenza, ingrediente primario nelle consuetudini di un’epoca che fu.
‘A che titolo’, dunque, un artista può ritenersi ‘autorizzato’, ovvero autore di un’opera non richiesta, inattesa o addirittura disattesa dai suoi presunti destinatari?
Senza titolo di legittimità allora, oltre che senza una propria distintiva denominazione, è la muta condizione anagrafica di quanto ancora, però, riconosciamo come ‘opera d’arte’, di quanto insomma riusciamo ancora ad avvistare, anche se sprovvisto di documenti, come degno ed effettivo appartenente al pur incerto orizzonte del nostro sguardo.
Senza titolo sono la maggior parte dei miei quadri, lungo i primi anni Sessanta, che documentano l’assoluta astensione da qualsiasi intenzionalità e la mancanza di connessione tra i diversi elementi che li costituiscono.
Titolo è invece il titolo di un mio quadro, del 1968, dove ho allineato in successione regolare, lettera dopo lettera, la scrittura dei nomi di tutte le persone di mia conoscenza in quell’anno: dichiarandomi cioè ‘titolare’ dell’atto di riconoscimento di quelle date persone in quel dato periodo. Un’altra mia opera di quegli anni sembra appartenere a quell’ambito tematico e alludere a quell’ordine di questioni. Il titolo Nécéssaire annunciava come essenziale e appunto necessario all’esistenza stessa dell’autore un parallelepipedo costituito da una pila di fogli di carta, esattamente allineati e sovrapposti gli uni sugli altri a formare un volume perfetto, compatto e inviolabile: pagine bianche, vergini, intatte.
E ancora, nome e cognome (Giulio Paolini) sono il titolo di un libro autografo che, pagina dopo pagina, trascrive le firme di tutte le mie opere realizzate fino al 1971.
Ancora più recentemente Il nome proprio è, letteralmente, il titolo di un’opera che dal 1986 fino a oggi continuativamente ripresenta di volta in volta le versioni successive e occasionali di un enunciato sempre uguale: il mio nome.
Ogni volta dunque è la sigla della propria identità a darsi come titolo, senza la mediazione dell’opera. O, per meglio dire: l’opera coincide con la messa in scena del proprio nome. L’artista che si identifica nella propria firma, nel suo ruolo di autore, rinuncia alle altre immagini che si dissolvono nella loro essenza originaria, perenne e segreta, lontana dall’aspetto transitorio, dall’identikit che l’attualità le attribuisce per poterla riconoscere e classificare.
Sulla figura dell’autore sono tornato più volte – e questa non credo sarà l’ultima – come per esempio, e recentemente, in Un autore senza nome e L’autore sconosciuto2.
Anche se – come credo di aver già da tempo lasciato intendere – l’autore non è il creatore che comunemente si crede e che lui stesso crede di essere, è pur vero però che l’autore in effetti opera e agisce in quanto tale.
Concepire un’opera (è così che si usa dire quando ci riferiamo all’eventualità che l’artista affronta nel tentativo di ‘dar vita’, realizzare l’esistenza materiale di una sua opera) non è – come sarebbe ovvio pensare – qualcosa che ha ‘titolo’ ad affermarsi, che si svolge al presente, ma qualcosa che si rivolge dal passato al futuro, innesta la memoria di un dopo.
L’artista non vuole parlare, comunicare in forma diretta, in tempo reale: non vuole imporre la sua voce ma ascoltare, cogliere un’eco... E non si tratta di un segnale così nuovo e diverso, tale da sfuggire alla nostra comprensione: si tratta al contrario di una traccia così antica, nascosta o dimenticata, in grado però di emergere dai più remoti giacimenti della nostra memoria.
1 Dal Nuovo Vocabolario Universale della Lingua Italiana B. Melzi, VI edizione.
2 Cfr. G.P., Quattro passi / Nel museo senza muse, Einaudi, Torino 2006, p. 34 e 48.
“Bartleby”, a. I, n. 0, gennaio, Prato 2008, pp. 5-7.
“Dignità, grado che conferisca distinzione, onore. Iscrizione sotto una statua, un quadro, un sepolcro, un trofeo. Denominazione: il titolo di un’opera. Ragione, diritto: a che titolo...?”
Voce “Titolo”, Nuovo Vocabolario Universale della Lingua Italiana B. Melzi, VI edizione. editore, anno?