Per un verso o per l’altro. E altro ancora, 2007
GPS-0091
(Volume Per un verso o per l’altro)
Versi, dunque. Sì, ma quali?
E sono uguali?
Li troviamo dispersi
a destra e a sinistra:
verbali o materiali,
di tele o di parole,
muti o sonori,
in nero o a colori.
Segni particolari
Se intanto dicessi che
quanto sto per dire
non è vero,
sarei così sincero…
Ma dopo tutto
o prima (trovata appunto
la rima)
non occorre che mentire,
fuggire, restare,
tacere…
Certo la bellezza è sospesa
a mezz’aria, impalpabile, pura.
Perché allora sprofonda, ferisce, divora?
E perché, ancora, la regola è sempre inattesa
e riporta il profilo dov’era?
Polaroid
L’occhio del cigno
non vede
(meglio: non vede ragione
di guardare alcunché).
Il disegno
si spiega da sé
e noi (che guardiamo)
non riusciamo
a capire il perché.
Intendere e (non) volere
Sguardo dell’altro, avvistato
nell’occhio scolpito nel vuoto
di un foglio, tenuto segreto.
Notti bianche
Il tavolo è lo stesso,
proprio lo stesso che
ieri (ieri sera)
si mostrava così
come ora si trova.
Eppure qualcosa è successo
se da allora (qualche ora)
niente è cambiato ma
neppure è lo stesso.
Non posso sapere
a quest’ora
che cosa aspettare
(uscire, rientrare?)
dove posare il bicchiere.
Pariscope
Des fleurs au Flore
(o viceversa, fuori orario)
gigli rosa, rosa kyr,
pochi passi in linea d’aria,
pietre, nel mio diario.
Ça va sans dire,
ormai lo so:
tutto è più precario
del nulla che ho.
Effetto eco
Aut insanit homo, aut versus facit.
Dire, parlare…
La premonizione è già arrivata
(ci sta ascoltando). Ci lascia fare,
è qui, seduta accanto,
ma non si fa vedere.
Disjecti membra poetae
Io non so, non posso dire
che cosa ho voluto fare.
Chi lo sa, non vuol capire
che si può anche
tacere.
Don Giovanni nel deserto
Vertigine,
bilico, scacco…
Capoverso,
distico, lapsus.
Amore e Psiche
Un appuntamento è per sempre,
ora e luogo
lo dimostrano.
A corpo morto
Se siamo (come siamo) dei corpi, siamo morti.
Carpe diem
Da qui, sì, proprio da qui
occorre puntare lo sguardo.
È qui che la mente si posa:
neppure un baluardo di cosa,
persona, neanche un rumore
si annuncia in un vuoto
pieno di niente che
non vede e non sente…
Eppure è tutto normale:
davvero, è proprio così.
Ora o mai più
Stavolta ci sono.
Ecco i segnali che colgono
in fallo lo sguardo più attento
a centrare il bersaglio!
Non questo, ma quello… più in là,
non prima ma dopo,
insomma non qui.
Ma dove? E quando, se
(prima o poi, d’accordo)
toccheremo il traguardo.
Ora però…
Pesi e misure
Forma, sostanza…
contenuto: quale peso “netto”
(se non proprio “specifico”)
dovremmo mai stabilire?
Quanto pesa la realtà
al di là di tutto e
a distanza di tempo?
Questi non sono versi ma misure
all’inverso di quanto di solito, appunto,
si vuol stabilire.
Perché continuare a dire
(pesi, misure, parole)
se il testo non è nostro ma suo,
di chi insomma non parla
e ci convince a tacere?
Il momento della verità
Solo,
di fronte al fatto incompiuto…
L’autore? Un attore!
Viceversa
Siamo tutti autori di tutto.
All’istante (tutto si era appena concluso)
ecco riprendere voce il silenzio di prima.
Nessuno è autore di niente.
Ingresso libero
Tutti i quadri e tutte
le sculture.
Galleria di luoghi
e di figure
di tutti i tempi e
di tutte le misure.
Come non detto
Che cosa buffa (che beffa,
diciamolo) questa rincorsa
svogliata, rumore…
effetto speciale
(dare a vedere)
che tramandare (errore!)
non vale.
Basta, grazie
signore.
L’Horizon
I primi passi, quelli che
ogni giorno rinnovano l’abitudine
di metter piede nel mondo,
hanno imparato a procedere da soli
e mi conducono dritti
al caffè più vicino.
A Parigi, proprio lì sulla strada
mi annunciano invece un limite estremo,
lontano: “L’Horizon” (questa è l’insegna),
che sia o non sia il punto di arrivo
mi invita comunque a restare.
Colpo di cena
Tutto a vista (quel poco)…
Voce del cameriere: “Buongiorno avvocato…”
E subito dopo: “Ingegnere…”
Uomini soli, parole sottovoce:
tutto a misura
di un’ora solitaria, un’attesa senza scopo,
inutile ma opportuna.
Tutto in un istante: alla fine, la Luna.
Sala di lettura
Guardo sempre volentieri un libro antico:
posso anche non leggerlo
(qualcuno lo ha già letto).
Il luogo però deve essere perfetto:
la lampada già accesa, la stanza silenziosa,
tutto deve essere al suo posto.
I libri, pronti a restare dove sono
(qui o chissà dove),
tacciono per non dimenticare.
Ricordano, trattengono lo sguardo,
la memoria di qualcuno che è ancora lì,
senza mostrarsi.
Senso del limite
Quali e quante sono
le cose che vediamo…
Lo specchio d’acqua
giù, in giardino,
il fuoco che arde
qui, nel camino…
Cos’hanno in comune?
Sono lì dopotutto, alla fine.
Il cielo, fuori, è già buio
(Reynolds, Watteau, …
lo accendono di nuovo,
anche Chardin, cuore domestico,
illumina qualcosa di fantastico).
Dalle pagine, si dice,
emana il sentimento delle cose
ma il libro è chiuso,
l’inerzia ci trattiene.
Una cornice, in penombra,
resta muta:
non c’è luce a sufficienza,
non vediamo il dipinto
ma un riflesso, di lato,
lo annuncia nella stanza.
La cornice è perfetta, sospesa,
ogni cosa, tutto insomma
lì si trova, a misura
di un domani uguale a ieri.
S.O.S.
Il vento, l’aria che alza la voce
e s’infuria, infierisce…
Proprio qui
quel ramo spezzato a metà
e lasciato così
senza un perché.
“Natura vuole…”, si usa dire.
Se questa è la storia
vorrei però suggerire
che avvenisse da sé,
che un albero, una casa… e anche noi
senza colpo ferire
potessimo, all’istante, sparire.
Troppo tardi
Se l’ultimo Beethoven (quello sordo)
è più bravo del primo,
che deve fare un pittore
già anziano (ma che ancora ci vede)
per guardare più in su?
Togliersi gli occhiali,
chiudere gli occhi, restare al buio?
Una storia in tre tempi
Orfano e celibe si aggirava
[tempo imperfetto]
distante, quasi esitante,
sulla linea di fondo.
Ora è qui, forse in attesa
[tempo presente]
anzi in posa:
un bel primo piano.
Domani però
[tempo scaduto]
non sarà più di turno…
Cos’è mai capitato?
(Volume E altro ancora)
Caro Giulio,
da tempo volevo mandarti questo appunto, da una pagina di diario della mia allieva Stella Bottai. Me l’ha letto al telefono e abbiamo pensato di fartelo avere con i nostri auguri.
“Sono andata con Marisa alla mostra di Giulio Paolini alla Galleria dell’Oca di Luisa Laureati. Lo abbiamo incontrato e Marisa me lo ha presentato: una figura distinta, in completo scuro con una camicia a righine colorate e la cravatta, compìto, asciutto, aderente ai suoi brevi, acutissimi discorsi (e questo, secondo Marisa, è ‘italico’).
È iniziata la conversazione col pubblico: Pier Giovanni Castagnoli lo ha introdotto parlando del disegno come primo atto dell’opera d’arte. Paolini si è limitato a precisare che secondo lui l’opera d’arte c’è già ‘prima’ di essere materialmente realizzata e che l’autore, una volta ‘sistemata’ la questione, conosce la malinconia dell’abbandono… E mentre tutti discutevano di ‘abbandonico’, di disegno (ma lui parlava di progetto!) è venuta fuori la storia di quando, da giovani, Marisa accompagnò Paolini nella casa di De Chirico in piazza di Spagna: quando scorsero il padrone di casa abbandonare il salotto affollato dagli ospiti per ritirarsi a mangiare da solo in cucina…
Nella mostra, mi sono piaciute le mani ritagliate che trattengono frammenti di carta, le luci dei riflettori orientate verso una cornice vuota… e soprattutto le ‘Notti bianche’ del 1994: la fotografia di una testa maschile, in grandezza naturale, reclinata sulle braccia nel buio… di fronte a una matita bianca in equilibrio, il tutto su due lastre trasparenti, quadrate.
Il massimo dell’instabile, del momentaneo. Ho provato quell’interruzione del flusso del tempo di cui parla Cesare Brandi. Una piccola stasi di tutto… Non so e non mi importa di spiegare”.
Marisa Volpi
[…] l’artista lascia, abbandona qualcosa e nel lasciarsi alle spalle tutto o quasi quel che lo circonda, apre nel quadro un orizzonte che gli sembra assoluto.
Quello che mi affascina di più, cara Marisa, è non far apparire l’una o l’altra cosa ma scoprire il modo in cui quella o quell’altra cosa potrebbero calarsi sullo schermo del quadro. Intendere in sostanza il quadro come apparato di suggestioni, di illusioni predisposte a configurare un qualche cosa che può esserci o non esserci: non quella cosa o quell’altra, ma un soggetto come soggetto dei soggetti, cioè un’idea di ritratto o una qualsiasi cosa posata su un piano. Allora qui ci avviciniamo a quella teoria di possibilità, quella prospettiva senza fine che è appunto la possibilità stessa di mettere in scena qualcosa e di considerarla una rappresentazione.
I. Convivio
[...]
II. Segnali di allarme
Status quo
Henry, il giovane e soccorrevole assistente di Yvon Lambert, mi raggiunse proprio sulla porta, pochi istanti prima che mi trovassi a superarla.
– Attention, Giulio, il y a quelqu’un qui vous attend dehors… il veut vous parler.
Non capii la ragione del suo affanno anche perché sul marciapiede scorsi subito che quel qualcuno non si era appostato, solitario e pronto ad aggredirmi, ma una piccola folla – gli invitati al dîner per il vernissage della mia mostra– sostava lì fuori ancora intenta a chiacchierare.
– Giulio Paolini? – la domanda si stagliò comunque netta dal brusio tutt’attorno, col tono di chi non dubita d’essersi sbagliato.
– Oui – risposi senza esitare.
– Votre art c’est de la merde!
L’affermazione, pur così perentoria, non mi provocò lì per lì alcuna reazione.
– Oui? Peut-être… en tout cas je vous remercie de votre intérêt… – aggiunsi, forse con un eccesso di cerimoniosità.
– Do you speak English?
– Non, mais…
– Pourquoi? – incalzò lo sconosciuto facendosi un po’ più minaccioso.
– Dunque, tanti anni di rivoluzione si riducono al saper parlare inglese…
Era la voce di Niele Toroni, che si era nel frattempo avvicinato e non voleva mancare di portarmi in aiuto il suo inarrivabile humour. Fu lui a spiegarmi in seguito che il mio interlocutore era quell’artista russo – del quale ora mi sfugge il nome – già famoso per varie imprese, soprattutto per aver irreparabilmente danneggiato un quadro di Malevič al Museo di Copenaghen.
In fondo, non riuscii a distinguere nettamente quelle sue parole ingiuriose dalle tante altre espressioni di segno opposto (”Quelle merveille, … une exposition magnifique…”) ascoltate poco prima dai numerosi presenti all’inaugurazione.
Il taxi, chiamato in precedenza e puntualmente sopraggiunto, pose fine a una contesa che non era neppure iniziata.
Amen
Anche la fotografia è morta, e non sono neppure io a darne notizia. L’annuncio era nell’aria, anzi già nelle cronache.
Quanti anni aveva? Centottantacinque o soltanto ventisette? Delle due ipotesi occorrerà comunque discutere al di là dei numeri e dei dati di fatto.
La nascita della fotografia è registrata in una casa di Chalon-sur-Saone nell’anno 1822, quando Nicéphore Niépce accanto alla finestra riuscì a fissare la luce in un’esposizione di otto ore su una lastra di rame argentato.
Per altro verso, però, la nascita della fotografia (o meglio, del suo ingresso nell’olimpo del linguaggio dell’arte) potremmo ascriverla al 1980, quando Roland Barthes (La chambre claire. Note sur la photographie) considera e scopre la portata del suo significato.
Per quanto mi riguarda, non ho potuto assistere a quella sua prima nascita anagrafica avvenuta, come s’è detto, molto tempo addietro. Ho invece condiviso, come si dice, in tempo reale le pagine che ne annunciavano la rinascita: io stesso, tempo fa, ho parlato in una lezione dell’”avvento” della fotografia, del prodigio di una verosimiglianza inverosimile, un vero e proprio miracolo.
Se la fotografia fa ancora oggi notizia non è però per la data della sua nascita ma, come si diceva, per quella della sua morte. Sono i giornali ad annunciarla (in prima pagina de “Il Foglio”, 8 agosto 2006):
“C’è sempre una scarpetta di bambino abbandonata con sapienza sul bordo di un cratere, messa a bella posta per i fotografi che venderanno le immagini ai giornali occidentali. La seconda scarpetta servirà per un’altra occasione. Domenica la Reuters ha scaricato uno dei propri fotografi, Adnan Haji, dopo che una delle immagini che aveva distribuito ai giornali di tutto il mondo è risultata alterata. Con pochi e rozzi ritocchi al computer, Haji ha aggiunto altre colonne di fumo e altri palazzi distrutti a una foto dei raid su Beirut, in modo da far apparire l’azione militare più massiccia di quanto non fosse stata in realtà. Controllando a ritroso ci s’imbatte in altre manipolazioni…”
Può darsi che, almeno in questo caso, il procedimento fosse così grossolano da risultare palesemente alterato. Il che significa, però, che attuata in modo corretto tale scorrettezza possa passare del tutto inosservata e sottragga così alla fotografia il suo privilegio (o limite) peculiare ed esclusivo, quello cioè di costituire un dato vero e inconfutabile, miseria e nobiltà nell’insondabile universo delle immagini.
Ultimissime (”la Repubblica / D”, 18 agosto 2007): un reportage da Mosca annuncia a chiare lettere gli attesi aggiornamenti sull’attualità artistica di quella città, risorta a una sfrenata attività di Avanguardia (termine che dà il titolo al servizio). Sorpresa: fitte righe di testo e ampie illustrazioni documentano con abbondanza di particolari mille e mille chiacchiere e, soprattutto, un campionario di tipi (gli artisti, tutti rigorosamente in jeans e magliette sfilacciate, barbe incolte) ritratti nelle pose e inquadrature più glamour senza che un’opera (non una!) appaia, neppure di striscio, a dar conto di che cosa si stia parlando…
Tutto veniamo a sapere, tranne quel poco che ci si aspettava di vedere: le loro opere, del resto, sono visibili ovunque (a Venezia, Kassel…) e non era il caso di impegnare l’attenzione e annoiare il lettore.
III. No comment
Non so perché ma ho sempre provato un certo imbarazzo, una certa prudenza nel considerarmi – come invece tutto o quasi sembra ormai confermare – un artista. Un curriculum davvero invidiabile, titoli e risultati conseguiti, oltre a un’onorevole quota di contribuzione fiscale, non mi autorizzano ad avere alcun dubbio: sono – o comunque sono ritenuto – un artista.
Sarà per i mancati studi specialistici, la propensione a osservare più che a produrre o una pura questione di carattere… il fatto è che, al di là di tutto, mi sento più uno spettatore che l’autore che sono.
Con una precisazione, però: tanto aderisco, mi identifico nella figura solitaria dello spettatore (di chi si inoltra, si avventura sull’asse di equilibrio della percezione soggettiva, individuale) quanto invece ignoro o evito la folta schiera degli spettatori (di coloro che in forza del numero impongono il “limite invalicabile” del gusto dei più). Lo spettatore deve restare al singolare, sottrarsi all’obbligo di essere nominato al plurale, di subire la condizione davvero disdicevole che lo squalifica e lo costringe a degradarsi da ospite a cliente o, addirittura, attore della stessa rappresentazione alla quale chiedeva soltanto di assistere.
“… se fino a qualche decennio fa, la procedura restava nell’ombra e si potevano vedere solo i suoi risultati, con l’esplosione della cultura di massa e il corto circuito dei media il velo si è alzato e i risultati coincidono con la procedura; sono la stessa cosa. Oggi il processo di beatificazione di un pontefice (’Santo subito!’) non parte dalla silenziosa e segreta stesura delle sue motivazioni, ma le precede; mentre la celebrazione popolare produce in anticipo il verdetto canonico. Tutto sotto i nostri occhi…”
Così scrive Saverio Vertone di una svolta tuttora in atto e confermata da innumerevoli episodi.
Sfogliare per credere (dai giornali, settembre 2006 – marzo 2007):
“L’Empatic Painting, opera d’arte elettronica ideata dai ricercatori delle Università di Bath e Boston, si preoccupa dell’umore di chi la guarda. Una web-cam registra la posizione della bocca, la grandezza degli occhi, gli angoli delle sopracciglia. Un raffinatissimo software legge otto diverse espressioni, modificando il quadro di conseguenza. E in tempo reale”.
“Non è tutto: per i più sofisticati, pronti a indagare ed esporre anche le più piccole parti di sé, ecco DnaPortraits, quadro costruito con i frammenti di Dna estratti dalle cellule delle vostre guance prelevate con un semplice bastoncino di cotone, fatti correre su un gel e colpiti da una luce Uv, in una delicata luminescenza che fisserà le differenze individuali su un coloratissimo sfondo”.
“L’idea è che l’arte si metta a servizio dei cittadini, con un intervento sorto da loro desideri ed esigenze. Da un lato le persone, dall’altro l’artista, in mezzo la figura dei mediatori culturali, cioè curatori che aiutino il dialogo e organizzino produttivamente il rapporto”.
“È la nuova frontiera del contemporaneo: l’arte come gioco, come momento ludico, con il museo che sostituisce il boulevard di un tempo o il ‘mall’, carico di negozi e di multisale cinematografiche. Ed è la famiglia il cliente da catturare, non più il singolo esperto visitatore. A Londra questa partita destinata ad aumentare esponenzialmente il numero degli ingressi, che in Italia appena si avverte, è ben visibile: ‘Il contemporaneo ha sostituito il classico e oggi il museo è un complesso multiculturale dove la famiglia trascorre l’intera giornata’”.
Il dato saliente mi pare essere la trasformazione del silenzio dello spettatore (silenzio soltanto apparente, ma attivo e reattivo proprio perché libero di non pronunciarsi) in rumore statistico (quale affluenza, audience, partecipazione ha suscitato quel certo spettacolo o esposizione).
“No comment” dovrebbe essere e rimanere la risposta segreta, dignitosa, dello spettatore di fronte all’opera. Soltanto così potrà ritrovarsi – e pronunciarsi, se mai lo vorrà – in equilibrio, sospeso a metà nel doppio ruolo di autore-spettatore: in quella condizione “strettamente impersonale” che gli consenta una libera scelta, la pura facoltà di vedere e di parlare.
G. Paolini, Per un verso o per l’altro. E altro ancora, Galleria Massimo Minini, Edizioni l’Obliquo, Brescia 2007, 2 volumi.
Jean-Baptiste-Siméon Chardin; Kazimir Malevič; Joshua Reynolds; Jean-Antoine Watteu
Nicéphore Niépce
Roland Barthes
Saverio Vertone
Yvon Lambert
Museo di Copenhagen quale?
“Aut insanit homo, aut versus facit”
Orazio, Satire II, 7, 117 (citazione tratta da ???)
“Disiecti membra poetae”
Orazio, Satire I, 4, 62 (citazione tratta da ???)
“C’è sempre una scarpetta di bambino abbandonata con sapienza sul bordo di un cratere, messa a bella posta per i fotografi che venderanno le immagini ai giornali occidentali. La seconda scarpetta servirà per un’altra occasione. Domenica la Reuters ha scaricato uno dei propri fotografi, Adnan Haji, dopo che una delle immagini che aveva distribuito ai giornali di tutto il mondo è risultata alterata. Con pochi e rozzi ritocchi al computer, Haji ha aggiunto altre colonne di fumo e altri palazzi distrutti a una foto dei raid su Beirut, in modo da far apparire l’azione militare più massiccia di quanto non fosse stata in realtà. Controllando a ritroso ci s’imbatte in altre manipolazioni…”
Autore, Titolo, “Il Foglio”, 8 agosto 2006, p. ?
“[…] se fino a qualche decennio fa, la procedura restava nell’ombra e si potevano vedere solo i suoi risultati, con l’esplosione della cultura di massa e il corto circuito dei media il velo si è alzato e i risultati coincidono con la procedura; sono la stessa cosa. Oggi il processo di beatificazione di un pontefice (’Santo subito!’) non parte dalla silenziosa e segreta stesura delle sue motivazioni, ma le precede; mentre la celebrazione popolare produce in anticipo il verdetto canonico. Tutto sotto i nostri occhi…”
Saverio Vertone, ???
“L’Empatic Painting, opera d’arte elettronica ideata dai ricercatori delle Università di Bath e Boston, si preoccupa dell’umore di chi la guarda. Una web-cam registra la posizione della bocca, la grandezza degli occhi, gli angoli delle sopracciglia. Un raffinatissimo software legge otto diverse espressioni, modificando il quadro di conseguenza. E in tempo reale.”
Dai giornali, settembre 2006 – marzo 2007
“Non è tutto: per i più sofisticati, pronti a indagare ed esporre anche le più piccole parti di sé, ecco DnaPortraits, quadro costruito con i frammenti di Dna estratti dalle cellule delle vostre guance prelevate con un semplice bastoncino di cotone, fatti correre su un gel e colpiti da una luce Uv, in una delicata luminescenza che fisserà le differenze individuali su un coloratissimo sfondo”
Dai giornali, settembre 2006 – marzo 2007
“L’idea è che l’arte si metta a servizio dei cittadini, con un intervento sorto da loro desideri ed esigenze. Da un lato le persone, dall’altro l’artista, in mezzo la figura dei mediatori culturali, cioè curatori che aiutino il dialogo e organizzino produttivamente il rapporto”
Dai giornali, settembre 2006 – marzo 2007
“È la nuova frontiera del contemporaneo: l’arte come gioco, come momento ludico, con il museo che sostituisce il boulevard di un tempo o il ‘mall’, carico di negozi e di multisale cinematografiche. Ed è la famiglia il cliente da catturare, non più il singolo esperto visitatore. A Londra questa partita destinata ad aumentare esponenzialmente il numero degli ingressi, che in Italia appena si avverte, è ben visibile: ‘Il contemporaneo ha sostituito il classico e oggi il museo è un complesso multiculturale dove la famiglia trascorre l’intera giornata’”
Dai giornali, settembre 2006 – marzo 2007
• G. Paolini, Orfano e celibe, Edizioni Colophon, Belluno 2016, pp. 11, 15 (estratti Sala di lettura, Amore e Psiche), 20 (estratto Una storia in tre tempi, con titolo “Una storia in due tempi”), 26 (estratto Come non detto).
• Giulio Paolini “Le Chef-d’œuvre inconnu”, catalogo della mostra, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino 2021, vol. 2: Recital. Scritture in versi 1987-2020, pp. 24, 25, 26, 27, 28, 29, 30, 31, 32 (estratti Pariscope, Notti bianche, Come non detto, Disjecti membra poetae, Carpe diem, Intendere e (non) volere, Amore e Psiche, Ora o mai più, Pesi e misure), 33 (estratto Viceversa, con aggiunta di una strofa finale e con titolo “Il momento della verità”), 34, 35, 36, 37, 38, 40, 42 (estratti Ingresso libero, Sala di lettura, Senso del limite, S.O.S., Una storia in tre tempi, A corpo morto, Troppo tardi) (in italiano e inglese).
• Giulio Paolini. Era finora, Edizioni Fondazione Luigi Rovati, Johan & Levi editore, Milano 2022, p. 11 (estratto Pesi e misure, in italiano) / 49 (inglese).
Inglese
• Giulio Paolini “Le Chef-d’œuvre inconnu”, catalogo della mostra, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino 2021, vol. 2: Recital. Scritture in versi 1987-2020, pp. 24, 25, 26, 27, 28, 29, 30, 31, 32 (estratti Pariscope, Notti bianche, Come non detto, Disjecti membra poetae, Carpe diem, Intendere e (non) volere, Amore e Psiche, Ora o mai più, Pesi e misure), 33 (estratto Viceversa, con aggiunta di una strofa finale e con titolo “Il momento della verità”), 34, 35, 36, 37, 38, 40, 42 (estratti Ingresso libero, Sala di lettura, Senso del limite, S.O.S., Una storia in tre tempi, A corpo morto, Troppo tardi) (traduzione di Gabriele Poole).
• Giulio Paolini. Era finora, Edizioni Fondazione Luigi Rovati, Johan & Levi editore, Milano 2022, p. 49 (estratto Pesi e misure, traduzione di William Lee).