Senza titolo, 1990
GPS-0044
Troppe volte mi sono ritrovato a insistere – e a ripetermi, devo ammetterlo – su una certa mia costante reticenza a recarmi a deporre, a fornire un contributo attivo e consapevole nella ricerca della “verità”, o almeno di un senso da rintracciare nell’orizzonte sterminato delle immagini.
Posata la prima pietra (ma non avevo ancora depositato un progetto) ho continuato a innalzare l’impalcatura di un edificio in attesa di costruzione, senza un committente né un destinatario.
Eppure, insistere ripetere e continuare sembrano l’unico modo per sostenere tutto il peso di un vuoto che nessuno pretende di colmare.
L’ospite si trattiene in questa stanza, ma al di là di quella porta, ecco, finalmente ci siamo...
Fuori l’autore1 non è la rappresentazione di ciò che non si può rappresentare, semplicemente non rappresenta. Non ha un autore ma avrà uno spettatore, anzi due (voi e io), non è uno specchio del mondo, né un oggetto scelto a caso da “assumere” come opera.
Mai visto prima, lo vedrò dopo di voi: come ci apparirà, dunque, questo quadro? Come potrà mai apparire (a voi e a me) senza che nessuno abbia predisposto il prodigio? E se tutti, ognuno per sé, potremmo bene immaginarlo, come potremmo davvero vederlo? Può l’opera farsi da sé, farsi eco di ciò che avrebbe potuto essere? Se non un autore, ci sarà pure un artefice...
Cecilia, volgi lo sguardo è di Haendel, di Rameau o di Monteverdi? De Chirico, Reynolds e Manet non hanno forse dipinto lo stesso quadro, diverse versioni dello stesso tema? Niente li avvicina, ma neppure li allontana, se l’artefice è uno solo: non parlo di affinità, ma di autorità, non è questione di modelli (le epoche li smentiscono) ma di continua riscoperta della stessa cosa (la cosa stessa).
Chi esitasse ad avventurarsi sulla scorciatoia aperta da Beuys (“gli uomini sono tutti artisti”) rischierebbe di farsi risucchiare nella vertigine, altrettanto indeterminata, del suo contrario (“tutti gli artisti ne svelano uno solo”).
Inutile cercare una via d’uscita (nessuno ci ha costretto ad entrare). Il labirinto è un cerchio perfetto, che cela nella sua continuità un punto di congiunzione del quale abbiamo dovuto immaginare l’esistenza: il compasso, consolazione del disegnatore, resta uno tra i nostri amici più fedeli, ma non possiamo chiedergli di sostituirsi all’universo delle nostre visioni.
Insomma, ecco il punto, queste visioni sono nostre e non vedo perché dovrei, ancora una volta, farle mie.
1 È il titolo di un quadro ancora sconosciuto. Senza il punto esclamativo, l’invocazione perde l’accento e si capovolge nella constatazione di un’assenza. Non soltanto dell’autore, ma dell’opera: d’ora in poi, il testo prosegue cioè all’insaputa dell’opera che si propone di illustrare. Le frequenti interrogazioni non sono quindi figure retoriche, ma danno conto dell’effettiva impossibilità di descrivere un’immagine, senza per questo voler sconfinare nell’ambito teorico.
F. Poli, Giulio Paolini, Lindau, Torino 1990, p. 151.
Joseph Beuys; Giorgio de Chirico; Édouard Manet; Joshua Reynolds
Georg Friedrich Haendel; Claudio Monteverdi; Philippe Rameau
Fuori l’autore, 1989 (GPO-0646)
“Gli uomini sono tutti artisti”
Joseph Beuys
• Giulio Paolini. La voce del pittore - Scritti e interviste 1965-1995, a cura di M. Disch, ADV Publishing House, Lugano 1995, pp. 18 (estratto Troppe volte... pretende di colmare), 29 (estratto Chi esitasse... farle mie).