Morte naturale, 1988
GPS-0194
Non ci si sfida più a duello. Eppure, quella conclusione fulminea, tragica e insensata di una contesa magari inopportuna, ancora vale a chiarire certe pendenze, sempre irrisolte, sul come e quando posare lo sguardo sulle cose.
“Il valore di un'opera d’arte è inversamente proporzionale al tempo tecnico che è occorso per realizzarla”, annuncerebbe un troppo precipitoso cronista di un concorso di pittura estemporanea. C’è del vero, però, fatte le dovute proporzioni e presa la necessaria distanza: il tempo dell’opera è l’eternità, intesa – questo è il punto – come esatto contrario della difficoltà, degli ostacoli che ha dovuto superare per venire alla luce.
La sua riuscita, la “stoccata” deve essere istantanea: un duello non è un macello, uno scambio di sillabe ci costa la rottura del tempo teorico – la caduta nel tempo tecnico – ci condanna, insomma, all’avvilente sensazione di consumare in tempo reale, noi che guardiamo, la stessa porzione di tempo impiegata, poco prima, dall’artefice di quell’inganno che è appunto l’opera, di sviscerare, in definitiva, qualcosa che non vogliamo neppure toccare.
Ma se d'inganno si tratta, dev’essere perfetto. Non complici, ma vittime, questo almeno ci sia concesso.
G. Paolini, Suspense. Breve storia del vuoto in tredici stanze, Hopeful Monster editore, Firenze, 1988, p. 272.
• Giulio Paolini. La voce del pittore - Scritti e interviste 1965-1995, a cura di M. Disch, ADV Publishing House, Lugano 1995, p. 330.