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L’immagine del vuoto. Una linea di ricerca nell’arte in Italia 1958-2006, catalogo della mostra, Museo Cantonale d’Arte, Lugano, Skira editore, Milano 2006, pp. 138, 140
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Tra le tante questioni che questa mostra finisce col sollevare, una riguarda in parte anche me, o meglio quell’artista che in quegli anni ormai lontani portava il mio stesso nome: lo ricordo coinvolto all’epoca in varie occasioni espositive e lo ritrovo oggi lungo il percorso che attraversa le sale del Museo Cantonale d’Arte di Lugano.
Voglio dire che, oltre al mio, i nomi di Anselmo, Boetti, Fabro, Pistoletto... richiamano subito quella che fu l’intensa stagione dell’
arte povera, le ruvide e accidentate pareti che costituiscono la scena delle mostre di quegli anni.
Che cosa potrà mai collegare, avvicinare questi antichi umori all’idea di
vuoto che è invece il filo conduttore di una mostra come questa, che intende appunto reperire in aree e periodi diversi – ieri e oggi – il riferimento a un’immagine che evochi tutto o niente, insomma la dimensione dell’assenza?
Basta porsi in controluce, in attesa, sulla soglia del Museo: avvertiremo quasi subito la presenza di qualcosa di inconsistente, di immateriale (forse gli atomi descritti da Lucrezio nel
De rerum natura come essenza dell’Universo, quando li individua nei granelli di polvere che si agitano – appunto in controluce – nel vano di una finestra). E non è una questione di forma, ma di sostanza: è una visione, certo, ma anche una concezione, un modo di porsi e di intendere il tutto e niente che ci è dato osservare.
L’Arte (nominata in questo caso con la A maiuscola perché parliamo alla sua personificazione) alla frase “Prego, si accomodi” che il Museo con deferenza le rivolge, risponde... Anzi, non risponde: resta muta, immobile, in attesa non si sa di chi o di che cosa. Nella stanza dove mi trovo sono presto raggiunto (Enrico è qui con me) da Luciano e da Alighiero. Parliamo poco, sottovoce: ciascuno è già in compagnia dei propri pensieri, e soprattutto non ritiene di dover interferire nei pensieri dell’altro. Qualcosa comunque ci diciamo perché il silenzio, come il vuoto, non possiamo sentirlo o toccarlo senza metterlo al la prova: per osservarlo – come si usa dire e non si usa più fare – ascoltarlo – sempre che ci si riesca – e riuscire a distinguerne i sommessi ma nitidi segnali.
Le poche parole che ci scambiamo sono però molto preziose, forse più per quello che nascondono che per quello che dicono. Convergono cioè su una sorta di attitudine comune: appunto a non dire, a lasciar intendere, a dar quasi per scontati argomenti e questioni che invece affioravano in ciascuno di noi in “forma privata”, lontana dagli “ordini del giorno” che infestavano a quell’epoca ogni pur minimo scambio colloquiale.
Anime innocenti certo non eravamo: ciascuno era anzi concentrato a definire e formulare una propria visione che condivideva, sì, un’area comune ma ricercava soprattutto un punto di vista autonomo, autentico e personale.
Per osservare che cosa? Poco, o nulla: vibrazioni di luce sulla superficie del quadro, fragili equilibri sospesi nello spazio, verifiche che non accertano alcunché, analisi volte a mettere in questione la stessa materia alla quale si applicano, congetture gratuite e paradossali... ma sempre consapevoli del linguaggio specifico nel quale si identificano e dal quale traggono la ragione stessa di esistere e di manifestarsi.
Una bandiera che ricade su sé stessa, incapace di librarsi al vento della Storia perché troppo pesante, sovraccarica, arresa al suo ingrato destino di segnale precario, continuamente smentito da quell’eternità alla quale volgeva le insegne della propria identità. Tutte le bandiere in una sola: un vessillo certamente glorioso ma irrimediabilmente abbattuto dal corso del Tempo.
Questo è quel poco che so – parlo di un’opera,
Averroè (cat. 102), che possiamo osservare in questa mostra – e non vorrei dire di più, visto che ciascuna delle opere qui esposte fa eco al silenzio e al vuoto di una dimensione inafferrabile e sospesa.
Un salto nel vuoto, come si usa dire e opportunamente ci ricorda il titolo di questa mostra: un vuoto “pieno” di segreti appena annunciati (e che forse non nascondono nulla), un vuoto colmo di allusioni, delle suggestioni che sempre sprigionano gli spazi smisurati o sconosciuti... Una vertigine che ci lascia disorientati ma tutti, più o meno, ancora in piedi: grazie, forse, al primato della visione, alla provvidenziale distanza che la virtualità dell’immagine pone tra sé e il peso della
cosa rappresentata.

L’immagine del vuoto. Una linea di ricerca nell’arte in Italia 1958-2006, catalogo della mostra, Museo Cantonale d’Arte, Lugano, Skira editore, Milano 2006, pp. 138-141 (in italiano e inglese).

Giovanni Anselmo; Alighiero Boetti; Enrico Castellani; Luciano Fabro; Michelangelo Pistoletto

Lucrezio

Museo Cantonale d’Arte, Lugano

L’immagine del vuoto. Una linea di ricerca nell’arte in Italia 1958-2006, Museo Cantonale d’Arte, Lugano 2006.

Inglese
L’immagine del vuoto. Una linea di ricerca nell’arte in Italia 1958-2006, catalogo della mostra, Museo Cantonale d’Arte, Lugano, Skira editore, Milano 2006, pp. 138-141 (traduzione di Robert Burns, Language Consulting Congressi, Milano).

Scheda a cura di Maddalena Disch, 19/06/2026