Per Paolo, 2006
GPS-0086
Questa volta tocca a me, sono io a parlare, a commentare... a non essere per una volta oggetto di osservazione ma soggetto chiamato a dire, a osservare.
Sono anni, ormai, che ogni mio nuovo progetto di lavoro o impegno espositivo non possono fare a meno dell’apporto essenziale dell’obiettivo fotografico; per meglio dire dell’’occhio’ fotografico e ancor più in particolare dell’occhio di Paolo Mussat Sartor fotografo.
Si tratta di una consuetudine, quasi una dipendenza o come si usa dire di un “vizio necessario”. Mi è impossibile elencare le tante, diverse occasioni che ci hanno visto insieme; il suo occhio è indispensabile, oltre tutto, prima e dopo: non solo per sovrapporsi al mio, per documentare un’esposizione così come io stesso la vedo una volta realizzata, ma anche prima, nella fase di preparazione di quelle opere che saranno in seguito e a loro volta fotografate.
Mi accorgo che parlando di lui ho finito però col parlare di me, dello stretto rapporto che ci unisce. Vorrei ora sostare un momento davanti alla ‘sua’ fotografia, al suo personale modo di intendere e di praticare una tecnica aperta alle più diverse interpretazioni.
La sua è una fotografia che senza tradire se stessa (senza cioè abdicare a quello che è) tende a dimenticarsi (senza però superarsi o negarsi). Le sue immagini (così insomma vorrei definirle, senza aggettivi specialistici o limitativi) si compiono attraverso quei passaggi che appartengono alle diverse fasi di un processo di formazione autentico, ‘fisiologico’. La proverbiale ‘oggettività’ della fotografia – il suo render conto di un dato ‘vero’ ed evidente – è come messa in questione (o sottolineata?) da un velo di pittura che la allontana (o la avvicina?) all’attesa percettiva di chi guarda.
Vorrei concedermi di concludere con un’immagine allusiva, che forse sconfina dalla materia specifica che stiamo osservando (la fotografia nell’esperienza di un autore, Paolo Mussat Sartor), ma allo stesso tempo credo possa chiarire in generale alcuni aspetti dei temi che stiamo affrontando.
L’arte come mondo alla rovescia (così potremmo intitolare questo breve apologo, nella speranza di essere compresi e perdonati).
Ma il mondo è rotondo e non riusciamo a capovolgerlo: se proviamo a estrarlo dalla sua orbita e a posarlo su un piano orizzontale, ci accorgiamo che quel piano orizzontale non è che si tratta di un piano inclinato (di poco, ma quanto basta)... Ci siamo ‘quasi’ riusciti ma non possiamo certo affermare, né tanto meno annunciare, il successo dell’operazione: il mondo rotola per conto suo e si assesta dove capita (o dove vuole).
Non ci diamo per vinti e ci proviamo lo stesso. Ci troviamo allora – ed eccoci al dunque – a guardare a occhi chiusi (siamo pittori), a descrivere il vuoto (siamo anche scrittori?), a dar voce al silenzio (come i musicisti)... Ci troviamo insomma a fotografare la pittura (a passare cioè dalla pittura di rappresentazione alla rappresentazione della pittura: lo dico tra me e me) o a dipingere la fotografia (a darle cioè, come si diceva, un’oggettività soggettiva: lo dico a proposito delle opere più recenti di Paolo Mussat Sartor).
Ecco, credo siano queste (e altre) le esperienze che ci pongono in un equilibrio precario, che ci spingono a guardare il mondo a modo nostro: ovvero come non è, ‘quasi’ rovesciato.
Paolo Mussat Sartor. Viaggio continuo, catalogo della mostra, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino 2006, pp. 10-11.
Paolo Mussat Sartor
• G. Paolini, Quattro passi. Nel museo senza muse, Giulio Einaudi editore, Torino 2006, p. 110 (estratto L’arte come mondo... ‘quasi’ rovesciato).