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“Il Giornale del Piemonte”, 24 novembre 1999, p. 9
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Di solito, e sempre più, mi ritrovo a frequentare atrii di musei, biblioteche, archivi storici… ma anche tavoli di caffè (purché di antica tradizione). Luoghi appartati, dove al pellegrino viene offerto (come un tempo nelle chiese) quel ristoro procurato dalla pura e semplice conquista di un momento di quiete, di una distanza dal mondo.
Eppure, appena raggiunta con determinazione e fatica quella postazione isolata, vengo subito colto da uno stato di abbandono, di autoinsufficienza. Un'occhiata in giro e lì a tendere una mano verso la cattura di un giornale o, in mancanza di questo, ad accontentarmi di consultare il cartello degli orari di visita (al museo) o la lista delle consumazioni (al caffè). Devo confessare, in tutta sincerità, il senso di delusione e di sconforto che la lettura di un giornale, in quell'emergenza, inevitabilmente mi provoca. Per questione di buon gusto e dovere di ospitalità (vorrei anzi ringraziare questa pagina per l'accoglienza che mi offre) eviterei qui di dire come il più delle volte quel giornale mi cada, letteralmente, di mano e come mi affretti a riportarlo là dove si trovava o addirittura nasconderlo, per il bene comune, alla vista dei più.
La nascita di una nuova pagina culturale è dunque un evento a doppio taglio. Nell'epoca che ci tocca di vivere, tutto sembra continuamente rimesso in gioco, ripetuto e rinnovato, rivisto e corretto ma senza alzare troppo lo sguardo al di sopra di un orizzonte che rischia di diventare un limite ravvicinato e soffocante. L’estensione del numero e della qualità delle voci provoca poi una certa saturazione, che non è neppure un pieno e dichiarato rumore ma un fastidioso e insistente brusìo.
Perché allora aggiungere altri strumenti all’organico di un’orchestra già troppo consistente come potremmo ancora distinguere, ascoltare una nuova voce in un coro così fitto e assordante? Prima di chiederci dove stia, dovremmo forse appurare che cosa sia ciò che ancora ci ostiniamo a chiamare cultura. Voglio sperare, ad ogni modo, che qualche cosa si nasconda da qualche parte, magari proprio dove crediamo sia più difficile avvistarla.
Di fronte al dilagare diffuso e incontrastato della sottocultura, francamente non so se e di chi valga la pena di prendere le difese. Queste mie laconiche considerazioni hanno però paradossalmente la pretesa di essere augurali: di mettere in guardia ma anche di guardare con fiducia alla necessità di dar voce agli episodi che meritano più attenzione...
Perché insistere, per esempio, nell'incessante e affannosa rincorsa a dare subito e per primi una certa notizia per poi evitare accuratamente di osare un giudizio, un commento o almeno di valutare gli effetti di quel concerto o di quell'esposizione?
Sì, perché (siamo seri) gli argomenti e le ragioni non mancano. Recenti iniziative nel campo delle arti visive (tanto per rimanere nell’ambito che mi è più familiare) guidate con puntualità e impegno dalle istituzioni pubbliche e private di questa città, credo meritino un'udienza sempre più attenta e adeguata. Tanto più dalle cronache locali di un quotidiano, dati l'eco e il prestigio a loro abitualmente riservati dalla stampa estera.
Staremo a vedere...

“Il Giornale del Piemonte”, 24 novembre 1999, p. 9.

Scheda a cura di Maddalena Disch, 19/06/2026