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Serse. Paesaggio Adottivo, catalogo della mostra, Galleria Massimo Minini, Brescia 1996, pp. 11-13
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Se la pittura è per definizione, e forse è davvero “l’arte di rappresentare per mezzo di linee e di colori” non è però anche “l’opera così ottenuta” come aggiunge imparzialmente la voce del dizionario.
Chiamare un quadro
pittura non è un’estensione di significato: è una contraddizione. Merito del pittore è saper sottrarre all’osservazione, far vedere nonostante il quadro, illuminare la zona d’ombra tra tela e parete, dissotterrare il tesoro.
Poche storie dunque ha da fare o da raccontare la pittura: sono quelle, soltanto quelle legate al suo farsi e disfarsi, apparire e scomparire, essere o non essere. Una, almeno una “mano” di colore, fino ad arrivare a molti, infiniti strati di materia (grafite, inchiostri, pigmenti, vernici) stesi in campiture, impasti velature… E dissolversi, proprio nell’istante in cui sembra compiersi, offrirsi all’osservazione.
Cézanne e Monet, per esempio, lo annunciano senza volerlo dimostrare: le loro lezioni di pittura sono per “voce sola”, lasciano appunto alla pittura il timbro puro e intatto, degno di un nobile strumento. Loro non si pronunciano, non affermano nulla che non sia la dignità di guardare, da due punti di vista diversi, al miracolo della rappresentazione.
Il primo assiste al trionfo della pittura nonostante il soggetto, alla progressiva e inesorabile tessitura di un sipario che arriva a dimenticare, a sostituirsi al soggetto. Nessun cambio di scena, quindi: il soggetto (
La Montagne S.te Victoire) può restare immobile, come è, per l’intero arco delle innumerevoli repliche.
Il secondo, al contrario, illumina il soggetto, lo libera alla luce sullo schermo della tela: è il trionfo del soggetto nonostante la pittura, ma è sempre la pittura a consacrarne le vibrazioni.
I miracoli non si spiegano, né il sublime si raggiunge o si conquista: ci sono, semplicemente e forse più frequentemente di quanto crediamo, basta non rivendicarne la prova o, meno che mai, sollecitarne l’appuntamento.
Il sublime esiste ancora, anche oggi. Di una sua recente apparizione ci parla Elio Grazioli (in “Flash Art” n. 193, estate 1995) a proposito delle ultime opere di Serse Roma: “Serse non è iperrealista – i suoi interessi affondano piuttosto nelle tematiche del sublime, come testimoniano le sue opere precedenti. Non simula la fotografia (...) I suoi paesaggi non sono dunque vedute – non sono ‘viste’: spesso con la visione hanno invece un rapporto d’impossibilità, di allucinazione perfino e di perdita, come indica alla lettera l’espressione ‘a perdita d’occhio’ con cui si possono segnare certi suoi orizzonti illimitati”.
Credo anch’io che nei suoi quadri, che non si impongono all’osservazione perché si oppongono al modo oggi consueto di toccare la realtà, si respiri la pittura: proprio quel miracolo che, per capire finalmente cosa sia, mi trattengo dall’insistere ancora a spiegare.

Serse. Paesaggio Adottivo, catalogo della mostra, Galleria Massimo Minini, Brescia 1996, pp. 11-13.

Paul Cézanne; Claude Monet; Serse Roma

Elio Grazioli

Paul Cézanne, serie de La Montagne Sainte-Victoire.

“Serse non è iperrealista – i suoi interessi affondano piuttosto nelle tematiche del sublime, come testimoniano le sue opere precedenti. Non simula la fotografia (...) I suoi paesaggi non sono dunque vedute – non sono ‘viste’: spesso con la visione hanno invece un rapporto d’impossibilità, di allucinazione perfino e di perdita, come indica alla lettera l’espressione ‘a perdita d’occhio’ con cui si possono segnare certi suoi orizzonti illimitati.”
Elio Grazioli, Serse Roma. A perdita d’occhio, in “Flash Art” n. 193, estate 1995, p. 46.

G. Paolini, La verità in quattro righe e novantacinque voci, Giulio Einaudi editore, Torino 1995, p. 153 (voce “Pittura”, estratto Se la pittura... l’appuntamento).

Scheda a cura di Maddalena Disch, 17/06/2026