Forma come evocazione, 1988
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Più che parlare di un’affinità gioiello-scultura vorrei riferirmi alla tendenza della scultura in sé stessa ad apparire gioiello, a raggiungere dei fini che hanno qualcosa in comune con quelli del gioiello, cioè la durata, la perfezione, la preziosità. Io faccio sculture, ma non scolpisco. Sono un artista che parrebbe uno scultore, ma in realtà ho dei mancati rapporti con la forma poiché tendo a un modello perfetto, in un certo modo già codificato, che da parte mia va ogni volta raggiunto e non plasmato ex novo.
Non credo sia possibile considerare l’opera d’arte come forma nuovamente inventata tout court e poi plasmata dalla mano dell’artista; a mio parere esiste, più che l’oggetto, la cosa, come assoluto antecedente all’oggetto, come concetto, come entità, come misura, cui ogni volta ci si accosterà con la creazione artistica. Non è la mano dell’artista che modella la scultura, ma il suo occhio che tende a individuarla, a ritrovarla. L’assoluto che ci sovrasta è costantemente inseguito, e sempre sarà inseguito, dall’artista.
Amo rifarmi allo stile neoclassico perché in esso si annida il valore della distanza. Una forma neoclassica, che sembra recuperata attraverso il tempo più che conquistata grazie al dominio della materia, è imitazione, evocazione, non è un prodotto del presente, ma un frutto che approda a noi da tempi e luoghi lontani. Il marmo di Canova non è marmo nel senso che scultoreamente si attribuisce a questa parola; è epidermide che quasi miracolosamente riveste il corpo. La forma neoclassica sembra così incarnare il concetto di misura, bellezza, perfezione.
Nel mio lavoro il citazionismo è una costante che ricorre di continuo. Ritengo infatti che l’elaborazione di una forma o la manipolazione della materia siano insufficienti, se non sono rapportate a quanto di storia le precede, in altre parole alla loro stessa origine. Non mi accontento di tracciare una riga sul foglio o di manipolare la materia in funzione plastica perché mi sembrano abbandonate a sé stesse, senza un significato loro proprio; quindi non più rapportabili alle coordinate della storia che le precede. Mi sembra che ogni segno e ogni forma non possano sfuggire alla loro stessa origine storico-linguistica. Quindi mi risulta inevitabile porle in relazione a ciò che sta loro alle spalle e che a esse si deve accompagnare. Come un’eco che a esse si accoppia e che insieme a esse va ascoltata.
“Vogue Gioiello”, n. 17, novembre, Milano 1988, p. 142.
Antonio Canova
• Giulio Paolini. La voce del pittore - Scritti e interviste 1965-1995, a cura di M. Disch, ADV Publishing House, Lugano 1995, pp. 245-246.