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Manoscritto dell’artista
A. Dürer, Artista che disegna un nudo con dispositivo prospettico, 1538
F. Picabia, La Sainte Vierge II, 1920
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La scena è occupata da due figure: quella femminile è coricata sul lato di sinistra, mentre un uomo le è seduto di fronte ad osservarla.
Un'acquaforte, incisa da Albrecht Dürer nel 1538, ci mostra dunque un artista intento a tracciare sul suo foglio da disegno le linee corrispondenti al soggetto osservato attraverso la quadrettatura di una superficie verticale e trasparente, diaframma che divide a metà la distanza tra i due personaggi.
Potremmo anche descrivere la stessa immagine parlando di una donna in posa davanti a un artista impegnato a disegnare i suoi lineamenti su un foglio di carta quadrettata.
O ancora: un artista ritrae una modella trasferendo sulla superficie del foglio i punti corrispondenti al profilo della donna così come traspare dalla lastra di vetro posta a separare le due figure della scena.
Possiamo insomma descrivere una stessa situazione cambiando di volta in volta il punto di vista o invertendo l'ordine e la gerarchia degli elementi rappresentati: la scena non ha infatti un inizio e una fine, tutto appare sospeso nell'attesa di un evento che provochi un'evoluzione degli elementi in gioco.
Non la pur minima traccia d'inchiostro è per ora visibile sul piano di lavoro dell'artista; forse per questo Dürer non si limitò a trasmetterci un foglio originale, un unico esemplare di questa immagine. Qui assistiamo infatti a qualcosa che non è soltanto un disegno, di tema o soggetto particolare, ma ci troviamo come di fronte al primo atto, anzi all'antefatto della rappresentazione per eccellenza, al frontespizio o al sipario che annuncia e precede altre successive, diverse ed eventuali rappresentazioni.
Forse per questo l'immagine non poteva ridursi a
un foglio, da incorniciare, isolare e così esaurirsi e moltiplicarsi in più di un esemplare, rivolgersi a più di uno sguardo.
Questa visione mi suggerisce un parallelo, anche se certamente avventato: parlo di una mia edizione,
Ennesima (appunti per la descrizione di sei disegni datati 1975). Qui una trama quadrettata di stringe via via, pagina dopo pagina, fino ad annullare la scrittura (la descrizione) che viene così soffocata dai limiti oggettivi, e inesorabili, dei margini del foglio.
E ancora due mie grafiche più recenti
Omissis (1997) e Immacolata Concezione / Senza titolo e senza autore (2008), dove, in entrambi i casi, la pagina arriva a sottrarre al lettore il controllo della effettiva percezione del disegno o della scrittura che è intento a osservare.
Un altro episodio (tra i tanti che ora certo ci sfuggono, spaziando a ritroso nel tempo) è una pagina della rivista “391”, n. 12 (1920), dove Francis Picabia taglia corto sulla questione della distanza incolmabile che intercorre tra il soggetto e la sua rappresentazione, tra la scrittura e l'immagine, il descrivere e il disegnare... Picabia lascia cadere sulla pagina senza indugio, senza colpo ferire, una larga macchia d'inchiostro che intitola
La Sainte Vierge.
Ancora un'immagine, anzi due. L'artista è assorto, chiude gli occhi come inghiottito dal vortice concentrico (o prospettico) che lo assorbe: è la mia
Lezione di pittura, pubblicata nel 1995. L'artista è cieco, ha ceduto il proprio sguardo alle sue opere, abita il tempo, ospite dei secoli della Storia dell'arte, di una dimensione immutabile e sempre uguale a sé stessa: se cambia aspetto è perché attraversa epoche, stagioni e continenti sempre diversi. I gusti cambiano, ma il segnale, ancorché imprevedibile, resta lo stesso, l'enigma tuttora intatto.
Siamo così arrivati a considerare lo spazio della pagina: dal foglio singolo sciolto, eccoci dunque approdati alla nobile dimensione del libro, luogo d'incontro ideale, discreto e silenzioso.
Ho sempre provato una certa incomprensione, un leggero fastidio, per la definizione “libro d'artista”. Come se, per esempio, un inchiostro di Michaux o un dipinto di Savinio non fossero quadri ma immagini “di scrittori”, o viceversa gli scritti di Stravinskij o di Le Corbusier fossero parole “di musicista” o “di architetto”, ed
Ebdomero di de Chirico fosse sì un romanzo, ma di un pittore... E perché separare, collocare su due tavoli diversi la penna e il pennello di De Pisis, come se nella stessa pagina dello stesso autore fossimo tenuti a distinguere l’anima del poeta da quella del pittore?
Un libro è un libro, che sia da leggere o da guardare, purché non sia da dimenticare: “la legge è uguale per tutti”.
Più che “libri d'artista” esistono quindi libri di artisti, come esistono libri di poeti, ingegneri, mistici, matematici, storici, astronomi, archeologi... che sono sempre e solo libri.
Per chiunque intenda leggerlo o scriverlo, il libro è il primo e ultimo luogo di incontro: aperto o chiuso che sia, parla sempre e comunque alla nostra immaginazione o alla nostra memoria.
Ci sono edizioni pregiate o modeste, ad alta tiratura o in un unico esemplare, semplici o elaborate ma, per dirsi tale, un libro è bello per definizione (come la calligrafia, che può essere più o meno aggraziata ma è pur sempre bella scrittura).
Il libro è
il luogo per eccellenza, dove appunto si incontrano i messaggeri più diversi e inaspettati, provenienti dalle aree storiche e geografiche più lontane e sperdute.
Tra questi, spesso (sempre più spesso) troviamo gli artisti che approdano al libro desiderosi di scorgere tra le sue pagine quella “verità” che non sempre pare affacciarsi nelle loro opere. Così, in una sede tanto autorevole trasferiscono, depurandole, le idee e le immagini che grondavano dalla materia dei loro dipinti o delle loro sculture. È come trovarsi, essere convocati in un’aula, nel luogo eletto dove poter far risuonare la propria voce.
Di parole, dunque, o anche di segni, figure, immagini di altri libri... sarà composto il libro che l’artista si ingegna di inventare. Nei miei libri, mi sono trovato via via scrittore, disegnatore, grafico, illustratore, editore, tipografo, legatore, correttore, impaginatore... Autore? Può darsi, ma sempre di libri, senza attributi maggiorativi o diminutivi.
Che sia da leggere o da guardare un libro deve saper parlare, in silenzio, agli occhi del lettore. Perché (e questo l’artista lo sa meglio di ogni altro) è lui, il lettore (o l’osservatore) che interpretandolo ricomporrà a sua volta il testo in questione, rielaborando a suo giudizio le immagini e le evocazioni che emanano da quelle pagine.
Pagine trafitte dallo sguardo, dall’attesa febbrile di chi sta per compilarle e di chi, poco dopo, potrà considerarle come sue.

Conferenza tenuta il 27 settembre 2008, Palazzo Re Enzo e del Podestà, Bologna, nell’ambito della quinta edizione di Artelibro Festival del Libro d’Arte.

Albrecht Dürer; Francis Picabia; Henri Michaux; Alberto Savinio; Giorgio de Chirico; Filippo De Pisis

Le Corbusier

Igor Stravinskij

Ennesima (appunti per la descrizione di sei disegni datati 1975), 1977 (GPE-0017); Omissis, 1997 (GPO-1129, citato come edizione, ma rimasto opera unica); Immacolata Concezione. Senza titolo / Senza autore, 2008 (GPE-0117); Lezione di pittura, 1995 (GPE-0095)

Albrecht Dürer, Artista che disegna un nudo con dispositivo prospettico, 1538, tavola riprodotta in Id., Underweysung der Messung, Norimberga 1538, s.p.; Francis Picabia, La Sainte Vierge II, 1920, inchiostro di china su carta, Bibliothèque Doucet, Parigi; Giorgio de Chirico, Ebdòmero (1929), Bompiani, Milano 1942 (prima edizione italiana)

Scheda a cura di Maddalena Disch, 19/06/2026