Architettura e libertà, 2004
GPS-0084
La lettura dell’articolo di Vittorio Gregotti, Architetti/Per ritrovare una regola in un’epoca dove tutto è possibile (La Repubblica, 2 novembre 2004), otto dense colonne portanti di un solido edificio di convinzioni teorico-critiche sugli aspetti attuali della progettazione, mi suggerisce la laconica brevità di queste quattro righe: più che una risposta una teoria di domande raccolte in quattro linee, gli esili tratti del disegno che le illustra.
Che cosa rappresenta? O meglio, che cosa ci chiede, che dilemma ci pone la scena che descrive? La figura che la abita, protagonista solitario posto al centro del disegno, sembra interpretare il ruolo dell’artefice (architetto? Pittore? Forse un illusionista, un prestigiatore...) o invece quello dello spettatore.
Autore, o spettatore, di che cosa? Lo spazio che lo accoglie, la prospettiva che apparentemente lo ospita include una finestra (o un quadro?), le pareti di un ambiente (o una cornice?) e perché nella metà di destra, quella ripetizione parziale e fuori misura dell’assieme? E ancora, la linea tratteggiata che corre a mezza altezza indica lo sguardo del personaggio o corrisponde all’asse mediano della stanza? Perché, pervenire al dunque, questa messa in scena, per sottolineare, se non per dimostrare (in arte non esistono dimostrazioni) l’inafferrabilità, l’intercambiabilità ma soprattutto la gratuità dei ruoli in un ambito (quello dell’arte) refrattario a qualsiasi valutazione e classificazione. Il disimpegno che ne deriva ci avverte della vanità di esibire facili effetti, di assumere un ruolo che non sia il non ruolo imposto dell’appartenenza a una dimensione non misurabile come quella dell’arte.
In altri termini, e per concludere, artisti e architetti dovrebbero possedere, custodire nel loro DNA la memoria delle regole, dei canoni, della “disciplina” alla quale appartengono pur senza applicarla, praticarla passivamente... Una certa “distrazione” dall’ortodossia sarà però salutare, provvidenziale ai fini di una corretta e quindi accettabile apparizione sulla scena (dell’arte). Insomma, il nostro artefice è certamente una figura originale ma dovrà atteggiarsi, proporsi come una figura normale, vestire l’abito da cerimonia, osservare le regole, la ”quota di eternità” di una dinastia – la Storia dell’Arte – posta ai vertici dell’eccellenza e del sublime (e non dei “glamour”, come oggi si dice). Dinastia che nel suo millenario percorso ha sempre saputo tenere a dovuta distanza i passi e i gesti più clamorosi, oggi sempre più attesi e sollecitati dalla “comunicazione multimediale”.
[Post Scriptum aggiunto nella versione del 2006]
P. S. L'effetto sconsolante, l'orrore che il mondo “reale” inesorabilmente provoca, ci induce a rivolgerci a qualcos'altro, a imboccare una direzione diversa, a correggere la rotta o addirittura a dirigerci altrove. E tuttavia invoco da sempre e sempre più una vita “normale”, ancorché riferita a normalità di segno diverso e perfino contraddittorio.
Riformare, ricercare una forma nuova è come respirare, aprire gli occhi sul visibile. Un'esigenza primaria, un ricambio vitale, “fisiologico”, che per apparire legittimo e opportuno deve però osservare le regole, una certa disciplina: quale, in un'area (quella dell'arte) che non sembra conoscerne di assolute e immutabili?
La forma del “nuovo” si profila da sé, senza che nessuno ostenti di saperlo, di attribuirsene l'invenzione e disporne a proprio uso: il suo “autore” la scopre cioè senza volerlo, per distrazione o oblio (un lapsus?), sempre però consapevole dell'ora e del luogo dell'appuntamento, delle condizioni adatte a una visione, appunto, normale.
Una vita normale
“La Repubblica”, Milano, 15 novembre 2004, p. 34. Versione ampliata, con aggiunta di un Post Scriptum e con titolo Una vita normale, in G. Paolini, Quattro passi. Nel museo senza muse, Giulio Einaudi editore, Torino 2006, pp. 111-112.