Visita privata, 2004
GPS-0082
Evviva! Finalmente accolto e ospitato senza dover portare nulla in dote, arrivato a mani vuote (ma gli occhi pieni delle immagini che gli si offrono in dono, che può cioè davvero “far sue”) l’autore può agire a cuor leggero, affidarsi alla Storia, dimenticare se stesso.
L’invito che mi perviene – prendere in considerazione, operare una scelta, presentare in esposizione quelle opere che dalla collezione del Museo andranno a costituire un “mia” mostra – mi provoca un delicato ma avvincente dilemma, quale scelta, quale regesto potrà mai rendersi possibile se ogni regesto (questo o altro che sia) non può ridursi a ciò che tratta, alla materia di cui dispone, ma tende invece a considerare tutto – dico tutto – il panorama delle immagini a gravitare inevitabilmente in un’orbita illimitata e universale?
Il corpo delle opere visibili, esposte in mostra, non potrà dunque evitare di considerare, di alludere all’anima di tutte le opere di quei dati autori, ad altre opere di altri autori nell’arco dell’intero svolgimento documentato o ipotetico, passato o futuro,
di una vera o presunta Storia dell’arte.
Tempo fa, chiedendomi che cosa potesse intercorrere tra lo sguardo dell’artista e l’idea di collezione, annotavo che “se collezionare significa riunire, raccogliere, mettere assieme... è curioso che anche gli artisti (sì, loro, che producono opere già destinate a diventare oggetto di collezione) siano forse i primi a darne l’esempio; e che non sempre e soltanto siano soliti collezionare le opere loro proprie, ma che spesso sconfinino in territori dove poter reperire altre opere a loro congeniali, oggetti di ogni genere o semplici tracce ritenute particolarmente preziose.
Quasi sempre i conti però non tornano. L’artista, colui che – come si dice – tutto vede o prevede, vede o prevede, appunto, un tutto che non può certo essere realmente riunito o raccolto e non vede, è cieco di fronte a quelle poche opere (sue o non sue, non fa differenza) che gli è dato toccare e possedere”1.
Una cecità che, paradossalmente, gli dischiude un orizzonte illimitato, avvistato a perdita d’occhio, aperto al riconoscimento di tutte le opere come sue proprio perché distolte da un’appartenenza strettamente soggettiva e personale.
Ancor prima, anni addietro, ed a proposito di “eterni ritorni”, alla richiesta di partecipare a una mostra per dar conto dell’”attualità della mia ricerca” accolsi l’invito inviando però un quadro non mio, di un altro autore. L’opera attestava cioè la “mia” partecipazione ma includeva nel titolo il nome dell’”altro” autore: Francis Picabia, Senza titolo, 19172.
In ogni ambiente un solo autore e, di quell’autore, una sola opera3. Dunque una parte per il tutto se, come credo, materia di un’esposizione non è tanto la somma dei dati che la costituiscono quanto l’opportunità di tempo e di luogo di presentarli, il fatto stesso di esporli.
Ogni autore e ogni mostra, in fondo, ci offrono la visione di una sola opera, ci parlano del perché, dell’esistenza stessa dell’opera, di un’opera senza numero di inventario, ancora sconosciuta. Sia l’uno che l’altra parlano “per esempio”, senza cioè consegnarci un resoconto definitivo ma per aprire invece una prospettiva ulteriore, per evocare un’eventualità che sempre ci disponiamo ad attendere.
1 Inedito scritto in occasione della mostra “Artisti Collezionisti”, Palazzo delle Papesse, Siena, Ottobre 2000 – gennaio 2001.
2 “Nell’ambito dell’esposizione collettiva ‘Gennaio 70. Comportamenti progetti mediazioni’, III. Biennale Internazionale della Giovane Pittura, inaugurata il 30 gennaio 1970 al Museo Civico di Bologna, G. Paolini espone un’opera originale non sua: Senza titolo (1917) di Francis Picabia. A sostegno del suo contributo pubblica nel catalogo della mostra, nelle pagine a lui riservate, una riproduzione dell’opera di Picabia e tre testi di autori diversi: un brano di Giambattista Vico, un estratto da un saggio di Maurice Merleau-Ponty e la Rosa gialla di Jorge Luis Borges. Pochi giorni prima della rassegna bolognese, Paolini aveva realizzato un intervento simile per la sua mostra personale intitolata ‘Vedo’, presentata a Qui arte contemporanea a Roma dal 20 gennaio al 7 febbraio 1970, esponendo tra le sue opere un quadro originale non suo: 2 greys + 2 greens (1955) di Joseph Albers”. Da una scheda del “Catalogo generale ragionato delle opere di Giulio Paolini”, a cura di M. Disch, in preparazione presso il Museo d’Arte Contemporanea del Castello di Rivoli.
3 Nessuno degli autori prescelti è oggi vivente: il dialogo si rivolge dunque dall’”al di là” (non ho ritenuto legittimo interferire con opere di artisti che, prima e meglio di me, potrebbero riprendere e reinterpretare le loro stesse opere), ma anche “al di qua” di frontiere troppo remote (di quasi tutti ho avuto quella conoscenza o amicizia personale che mi autorizza a incontrarli di nuovo).
Sale di lettura. Giulio Paolini dialoga con la collezione permanente, catalogo della mostra, MART Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, Rovereto, Nicolodi editore, Rovereto 2004, s.p. (in italiano e inglese).
Francis Picabia
Francis Picabia: Senza titolo, 1917, 1970 (GPO-0197)
Francis Picabia, Sans titre, 1917, tempera e collage su cartone, 57 x 63 cm, Collezione privata.
Sale di lettura. Giulio Paolini dialoga con la collezione permanente, MART Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, Rovereto 2004.
“Nell’ambito dell’esposizione collettiva ‘Gennaio 70. Comportamenti progetti mediazioni’, III. Biennale Internazionale della Giovane Pittura, inaugurata il 30 gennaio 1970 al Museo Civico di Bologna, G. Paolini espone un’opera originale non sua: Senza titolo (1917) di Francis Picabia. A sostegno del suo contributo pubblica nel catalogo della mostra, nelle pagine a lui riservate, una riproduzione dell’opera di Picabia e tre testi di autori diversi: un brano di Giambattista Vico, un estratto da un saggio di Maurice Merleau-Ponty e la Rosa gialla di Jorge Luis Borges. Pochi giorni prima della rassegna bolognese, Paolini aveva realizzato un intervento simile per la sua mostra personale intitolata ‘Vedo’, presentata a Qui arte contemporanea a Roma dal 20 gennaio al 7 febbraio 1970, esponendo tra le sue opere un quadro originale non suo: 2 greys + 2 greens (1955) di Joseph Albers.”
Maddalena Disch, Giulio Paolini. Catalogo ragionato 1960-1999, Skira editore, Milano 2008, vol. 1, cat. n. 197, p. 210.
• G. Paolini, Quattro passi. Nel museo senza muse, Giulio Einaudi editore, Torino 2006, pp. 76-77 (estratto Se collezionare significa... soggettiva e personale).
Inglese
• Sale di lettura. Giulio Paolini dialoga con la collezione permanente, catalogo della mostra, MART Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, Rovereto, Nicolodi editore, Rovereto 2004, s.p. (traduzione anonima).