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G. Paolini, Suspense. Breve storia del vuoto in tredici stanze, Hopeful Monster editore, Firenze 1988, p. 82
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Tra poco, di questo passo, saremo costretti a prenderne atto: “Architetti e artisti, siamo allo scontro...” “Ancora nessuna intesa tra quadri e pareti...”
Questi saranno i titoli sulle prime pagine dei giornali di domani. Del resto, con breve anticipo sui tempi,
Panorama (10 gennaio), La Repubblica (nel supplemento di venerdì 29 gennaio) e ora La Stampa (6 febbraio 1988) ci hanno già ampiamente riferito dell’alta tensione raggiunta dal grave dissidio. E se il declino della politica e l’ascesa dell’immagine continuassero a procedere con l’attuale rispettivo coefficiente di accelerazione, uguale e contrario, queste previsioni non dovrebbero sembrarci così improbabili.
Estetico o corporativo che sia il problema, la soluzione ovviamente non c’è. O meglio, se c’è, sarà come sempre inaspettata, fragile e non certo infallibile. Non è quindi il caso di limitarsi a rimpiangere l’epoca d’oro nella quale architetti e artisti parlavano all’unisono o erano addirittura una sola voce. Né si tratta di prendere partito, o di insistere nel partito preso, per appurare chi abbia scagliato la prima pietra.
La verità è forse così evidente da apparire perfino banale, aritmetica: artisti e architetti possono fare di tutto, del bello e del brutto, insieme o separati, chi prima e chi dopo. Ma allora perché tanta inquietudine? Se non c’è, tra di loro, un rapporto è perché non c’è più chi li ha scelti. Non c’è, non può esserci intesa perché chi li ha scelti non ha scelto per sé ma per gli altri, per tutti e per nessuno.
Il criterio di chi li avvicina, li associa nella stessa impresa; non è più il gusto personale – predilezioni soggettive e coerenti – ma la scelta convenzionale, l’osservanza “oggettiva” della nomenclatura che allinea i vari candidati. I quali, affidati a se stessi, non hanno più niente da dire che non sia rivolto, appunto, soltanto a se stessi.
Quell’estraneo che li ha convocati, venduta l’anima al diavolo, aspetta invece i consensi per sé. Abbandonati dai re, dai principi e dagli imperatori siamo stati consegnati agli assessori.

G. Paolini, Suspense. Breve storia del vuoto in tredici stanze, Hopeful Monster editore, Firenze 1988, p. 82.

Scheda a cura di Maddalena Disch, 10/06/2026