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G. Paolini, Suspense. Breve storia del vuoto in tredici stanze, Hopeful Monster editore, Firenze, 1988, p. 257
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Immaginare divertendo, ecco in due parole il segreto di chiunque sappia raccontare, dire cioè a se stesso e agli altri qualcosa che faccia piazza pulita del tempo materiale, sgombri il campo da oziose esitazioni...
Se non temessi di essere frainteso (ma che cosa dovrebbe ancora rispettare una “corretta” lettura, se sottoposta alla vanità di un simile discorso?) sarei tentato di individuare nella genesi del sublime la necessità di una maniera, di un gioco tutto rivolto a dare scacco all'incedere incontrastato delle ore e dei minuti, a trasferire nella proporzione aurea di un quadro o di una pagina l'imperturbabile circolarità delle lancette di un orologio.
Sull’“immaginare” ciascuno è fin troppo liberamente affidato alle proprie esclusive e precarie risorse. Ciò che attiene all'immagine – alla sua astratta eppur corporea tragicità, che sembra plasmata nelle pieghe di qualcosa di intraducibile, di irrimediabilmente separato – non attende risposta: l'immagine è lì, è lei che ci
guarda.
Ciò che invece ci
riguarda è quel “divertendo”, unica via d'uscita dal buio di un'immaginazione senza scampo. “Allontanare, distogliere, volgere altrove (divertere)”, le vuote sentenze del dizionario sembrano colmarsi di consolazioni: è la parola, la distanza del linguaggio, insomma, che ci consente di guardare, di non sentirci sorvegliati a vista dalle mute cifre di un calendario.

G. Paolini, Suspense. Breve storia del vuoto in tredici stanze, Hopeful Monster editore, Firenze, 1988, p. 257.

Scheda a cura di Maddalena Disch, 10/06/2026