Le chiavi del museo (Vue d’Optique), 2004
GPS-0081
Nello spazio
Una colonna, prima ancora di prendere forma e costituirsi come tale, fissa un punto nello spazio… c’è senza mostrarsi. Due o più colonne istituiscono le coordinate di un luogo, tracciano da quel punto originario un sistema di elementi che annuncia la geometria strutturale di un tempio.
Allo stesso tempo (e proprio di tempo ora si tratta) la vocazione a moltiplicarsi, a porsi in sequenza – sia in senso orizzontale, al suolo, che in senso verticale, in altezza – fa della colonna la nota d’avvio di una partitura destinata e riproporsi all’infinito, dentro e oltre i limiti dell’architettura che la contiene. Primo segnale di un viaggio verso una meta continuamente avvistata ma mai davvero raggiunta e posseduta, la colonna ci ammonisce a restare dove siamo (così almeno sembra suggerire) perché è lei a muoversi, a inoltrarsi su distanze così remote e lontane dal nostro punto di osservazione da sottrarci, alla fine, il senso dell’orientamento e lo stesso oggetto dello sguardo.
Un quadro
Un quadro ci appare di solito come un’immagine conclusa, autonoma, spesso evidenziata da una cornice che sottolinea i limiti materiali di una visione, di un’unità “separata” dall’ambiente dove comunque si trova.
L’immagine a volte sottende un tracciato prospettico che concorre a rendere verosimile la scena rappresentata, ma a separarla ancor più dallo spazio fisico circostante.
Un’altra prospettiva, questa volta mentale o simbolica ma pur sempre inerente al tema della rappresentazione, porta a supporre che in un quadro possano trasparire, coesistere altri quadri...
Tutti i quadri di un autore (tutti i quadri della Storia dell’arte) ne fanno uno solo?
Il nostro sguardo è mobile, precario; quello del quadro – se volessimo attribuirgliene uno – è fisso, immobile, non si sposta e non si spegne.
Le opere ci guardano. Sono loro che guardano noi, e non viceversa. L’opera non parla ma vede, ci vede proprio nel momento in cui noi crediamo di vederla.
Guardare un quadro è come stare alla finestra. È questo che fa coincidere autore e spettatore in una sola figura, nella stessa persona: è questa soglia, vera e propria linea di frontiera, che ci consente di cogliere quel raggio di luce (l’immagine dell’opera) prima che si inoltri e vada a spegnersi nella stanza alle nostre spalle, tra le cose del mondo.
Nella stanza
Quale? Dov’è? E l’ospite, chi è? Se lo spettatore è ospite del Museo, l’autore è ospite dell’opera...
A chi riservare il privilegio dell’accoglienza, chi si è annunciato per primo? Né l’uno né l’altro sono titolari del luogo che solo apparentemente gli compete e che (“Esse est percipi”) non riusciranno a possedere.
L’uno e l’altro sono di fatto posseduti (né l’opera né il Museo concedono appuntamenti) da un’attesa destinata a consumarsi molto prima dell’ora del giudizio.
Sulla parete
Un tempo ero così attratto, coinvolto dalla presenza di un quadro alla parete da annullare subito la distanza e affidarmi a un avventato e precipitoso giudizio.
Oggi l’attrazione è ancora la stessa anche se rivolta in una direzione diversa, anzi in nessuna direzione particolare; dunque, un’“attrazione fatale”. I passi affrettati che – come ho detto – mi portavano immediatamente sul punto di osservazione mi lasciano ora sul posto, a segnare il passo, a considerare cioè non tanto questo o quel quadro quanto piuttosto quella parete, così nobilmente insignita del suo emblema: il quadro. Il quale, privato del suo peso, sta appunto sospeso in perfetta coincidenza con lo sguardo che, anch’esso senza peso, coglie il segreto traguardo della visione.
Una vera e propria evasione, poco importa quale immagine ci ha consentito il passaggio. Come il telaio di una finestra, la cornice di un quadro ci apre un varco... Eccoci in salvo.
Siamo qui, la porta del Museo è chiusa e non ci resta che attendere: riusciremo mai ad entrare e, alla fine, ad uscire?
Ci troviamo dunque davanti a un Museo immaginario, a chiederci quali e quante sale si nascondano al di là di quella porta. Ci troviamo cioè a considerare, immaginare – appunto – le diverse infinite visioni che ci sono al momento precluse.
Un gioco... L’arte, infondo, è gioco: un gioco serio, a volte perfino fatale, dotato di regole indefinibili, sfuggenti perché istituite all’istante, nel momento stesso che vede l’artista affidato all’attesa della sua opera. Una regola sempre uguale ma sempre riformulata in modo diverso, da cogliere al volo perché non è l’artista a dettarla ma l’opera stessa a suggerirla.
Ciò che occorre è saper stare al gioco, non si tratta di vincere o perdere la partita ma di potersi sempre rimettere in gioco. L’artista (il giocatore) che non osserva le regole è presto o tardi congedato dalla sala (della Storia dell’arte), a volte è riammesso qualche tempo dopo oppure, al contrario, accolto in un primo tempo è espulso in seguito.
La sala è talmente vasta – impossibile scorgerne i limiti – suddivisa in spazi adiacenti che si susseguono e si intersecano senza un ordine prestabilito, da evocare il disegno di un labirinto.
Difficile accedere da un’area all’altra. Anche le finestre sono sostituite da aperture che corrispondono alle superfici dei quadri: superfici vuote che si aprono su spazi vuoti... perché mai voler entrare, affrontare la vertigine di un salto nel buio?
Eppure, non vogliamo rinunciare alla prova.
Il punto di vista
A differenza dei diversi luoghi toccati finora, tutti intesi come oggetto dello sguardo, il punto di vista è il soggetto della nostra visione. Quei luoghi non avremmo potuto osservarli, né avremmo potuto parlarne, senza esercitare il nostro punto di vista.
Ma abbiamo anche constatato, o per lo meno avanzato l’ipotesi che sia però il quadro ad osservarci, ad essere il soggetto, e noi, che lo guardiamo, il suo oggetto.
Non resta allora che tentare un’onorevole, per quanto acrobatica, via d’uscita.
Il punto di vista deve saper rinunciare alla propria soggettività, alla propria autorità: l’incontro con l’opera d’arte non rientra nell’ordinaria amministrazione dell’esperienza, sovverte le convenzioni, apre sull’invisibile e – qui osservo il silenzio – sull’indicibile.
L’orizzonte
L’artista, posto di fronte ad ogni sua nuova opera, prova ogni volta l’impressione di essere finalmente pervenuto alla conoscenza della verità, fino ad allora nascosta e ora rivelata all’istante.
Non è vero. Proverà altre volte la stessa impressione (la stessa illusione)... Crederà ogni volta di essere pervenuto alla verità, che continuerà invece a non conoscere finché non vorrà ammettere che la verità non è sua ma dell’opera.
E neppure di quell’opera, ma di quell’altra.
Continuerà insomma a rinnovare l’illusione che gli fa credere che sia lui, la sua mano, a condurre il gioco: fino a quando – ma è un “quando” sempre destinato a sfuggirgli – la sua mano e il suo sguardo non avvisteranno il segnale posto oltre la linea dell’orizzonte.
Della verità, dunque, nessuna traccia: o meglio, a ben vedere, forse (e soltanto) una traccia...
L’oggetto invisibile
L’oggetto svanisce, “dispare” (se dicessi “scompare” potremmo intendere di averlo già veduto, che c'era e non c’è più). L’oggetto c'è ma non si vede, di vedere non ci è concesso: certo, possiamo guardarlo, disegnarlo, fare le nostre osservazioni ... ma siamo ospiti, non giudici, di ciò che appunto ci limitiamo a osservare. L'oggetto viene meno concedendoci il più, la facoltà di interpretarlo; l’oggetto è il riflesso dello sguardo, che lo “vede” senza però restituirlo come tale.
Oppure, invertendo l'ordine dei fattori, lo sguardo si chiude, si ritrova oggetto di se stesso, si istituisce come disegno. L'essere o non essere dell’oggetto si pone in corrispondenza parallela, speculare, al dilemma autore/spettatore.
Nel “castello incantato” di un’esposizione anche le opere, come gli oggetti, si dissolvono per dar luogo al monologo dello sguardo.
Le chiavi del Museo
Nel Museo non possiamo entrare. Occorre però sapere, restare davanti alla sua porta pur senza possederne le chiavi.
Consentitemi un’immagine: sì, una pura e semplice visione, non certo una teoria dell’arte...
Una folla sterminata (la stessa figura ripetuta all’infinito) sosta immobile e silenziosa attorno a qualcosa che non riusciamo a percepire. Non all’interno ma sulla soglia di un museo immaginario luogo (o non-luogo) che possa ospitare la memoria, passata e futura, dell’artista.
Parlo di un museo personale (ma dichiaratamente impersonale), delle “Œuvres Complètes”, di un’“Esposizione Universale” capace di concentrare e di evocare, senza necessariamente mostrare, l’opera che ancora e sempre attendiamo di vedere.
G. Paolini, Le chiavi del museo (Vues d'Optique), Danilo Montanari Editore, Ravenna 2004 (cartella grafica).
George Berkeley
“Esse est percipi”
George Berkeley, A Treatise Concerning the Principles of Human Knowledge, Aaron Rhames, Dublino 1710 (citazione tratta da ???)
• F. Ferrari, Lo spazio critico. Note per una decostruzione dell’istituzione museale, Luca Sossella Editore, Roma 2004, pp. 97-99 (estratti Nello spazio, Nella stanza, Sulla parete, Le chiavi del museo).
• G. Paolini, Quattro passi. Nel museo senza muse, Giulio Einaudi editore, Torino 2006, pp. 25-33.
Inglese
• G. Paolini, Le chiavi del museo (Vues d'Optique), Danilo Montanari Editore, Ravenna 2004 (cartella grafica, traduzione anonima).