Senza titolo, 1991
GPS-0145
“Se in politica ciò che appare è, e per questo il discorso, che fa apparire, è l’essere del politico, allora in arte ciò che non appare è (non ho detto che ciò che appare non è)”.
Così annotavo, in quelle poche righe di qualche anno fa, una mia prima e gratuita impressione sull'estraneità, direi originaria, che divide l'arte dalla politica.
Ora, di fronte a una domanda così esplicita, dovrei cercare di spiegare, in primo luogo a me stesso, cosa intendessi dire in quella frase così lapidaria, in quel certo ermetismo un po' sbrigativo che a distanza di tempo sorprende anche me.
Credo insomma che l’”essere o non essere” dell'arte non si misuri, non possa cioè confrontarsi con la pretesa della politica di conoscere (di rappresentare o addirittura di trasformare) la realtà, quel qualcosa – o quel tutto – che informa la nostra quotidiana esperienza.
Mi chiedo allora perché mai l'artista, che semplicemente non conosce la realtà, dovrebbe condividere quella pretesa, visto che di pretese anche lui ne ha, ma opposte: quella, per esempio, di rappresentare la scena del mondo oltre, o malgrado, la realtà che gli appare.
L'artista è qualcuno che si aggira nel vuoto, senza poter rinunciare a descriverlo. Il suo “oggetto” è la membrana trasparente, l'involucro impalpabile di questo “vuoto” all'interno del quale egli si trova. Oggetto del suo sguardo è il suo stesso sguardo che ha, per oggetto, un altro sguardo.
Riguardo poi all’”odio” per il politico attivo: ecco, è proprio sull'aggettivo, più che sul sostantivo, che si concentra il giudizio. A ciascuno il suo ruolo, purché lo si sappia rispettare.
Inedito.