Select your language

MENU / WRITINGS

“QUI arte contemporanea”, n. 5, marzo, 1969, p. 55
M. Kirby, Happening, De Donato, Bari 1968
QRcode

GPS-0003

Chiuso il libro, la prima impressione (ma è un’interrogazione) che la lettura ci sollecita riguarda – prima ancora delle ragioni e dei significati – l’origine, l’“etnografia” degli happenings.
Parlare di questo libro, intravedere l’opportunità, le liceità di “condividere” con Michael Kirby i chiarimenti e le considerazioni che egli ci riferisce, e farlo magari con gravità, solidale partecipazione, sarebbe, non potrebbe essere altro che una pura affermazione teorica. E ciò perché il libro è una esperienza così nuova, sorprendente, o meglio, è così curiosamente e gradevolmente “straniero” per l’impostazione e i criteri che lo dettano, da smentire alle radici una qualsiasi lettura a livello di immediata dunque scontata “complicità” sull’argomento.
In altre parole, ci accorgiamo subito di esser qui, in Europa, sacrificati (o privilegiati) da circostanze, umori, pudori, attitudini “diverse”.
Le notizie non sono esperienze, eppure il mare di equivoci che qui da noi s’è venuto formando attorno alla parola happening sembrerebbe dimostrare il contrario. In effetti, tali e tante “esperienze” divulgate sul fenomeno non sono altro che vaghe, arbitrarie supposizioni. L’abitudine, per esempio, di definire happening una qualsiasi festa, una qualunque baldoria “culturale”, il primo scherzo “sottile” che capiti per la mente, la più banale improvvisazione “mondana”, in generale tutte le più svogliate invenzioni “collettive”, è l’aspetto più appariscente del falso uso del termine. E questo per una nostra inconfondibile, grottesca disponibilità “cortigiana” ad assimilare ancor prima di conoscere, a compiacerci ancor prima di capire. Una giustificazione, comunque, c’è. E sta proprio nel termine happening, o meglio, nelle circostanze per cui gli stessi autori hanno dovuto accettarlo. Può sembrare assurdo, ma i primi ad essere male informati sull’argomento, i primi a patire dell’equivoco, sono stati proprio gli autori: Allan Kaprow, intitolando un suo spettacolo “18 happenings in 6 parts” certo non intendeva “siglare” la rappresentazione come accadimento (il copione, le prove, i preparativi accurati non potevano in nessun modo certificarlo), affermava, piuttosto, di “invocare” una finta verità, in altre parole una certa “presenza” dello spettacolo, naturalmente attribuita per volontà estetica e non garantita per volgare malizia. Gli altri autori addirittura ostentano di ignorare la definizione, assolutamente non parlano di improvvisazioni, invenzioni a casaccio, azioni impreviste.
Che cosa
non siano dunque gli happenings (che cosa non avremmo voluto che fossero) è quanto, date le nostre precarie informazioni (e fantasie) al riguardo, ci premeva chiarire soprattutto.
Che cosa invece propriamente siano (azione, parola, suono, immagine, azione della immagine, suono della parola, immagine dell’azione, azione della parola?) è possibile rintracciarlo al di dentro (e al di fuori) di queste possibili (e impossibili) combinazioni. Vogliamo dire cioè che, all’interno o all’esterno, prima o dopo non importa, collocheremmo gli artifici e le invenzioni degli happenings nell’ambito della tecnica più rigorosamente teatrale. Con una precisazione: che così come ogni fase autentica, innovatrice del corso di ogni disciplina artistica tende a liberarsi dei propri limiti di struttura, della propria pesantezza intrinseca, così gli happenings tendono a cancellare quel tanto di “teatrale”, stereotipato, fastidioso di tanto teatro di oggi (o addirittura “del” teatro di oggi) fino a scoprire le radici vere, dimenticate, incalcolabili del teatro.
L’elementarità, la oggettività, perfino una certa ingenuità, fanno degli happenings un teatro di idee: nella misura in cui vengono volutamente trascurati gli accessori e gli abbellimenti, prendono rilievo le azioni e i significati dello spettacolo. Nessun culto del casuale o della generica spontaneità quindi e ci è lecito, almeno per ora, continuare tranquillamente ad accettare il pudore dei nostri gesti.
In questo senso gli “events”, che appartengono in certo modo al clima degli “happenings” (e di cui abbiamo potuto osservare alcuni esempi anche in Italia), sono acrobatiche, raffinate variazioni sul tema dello spettacolo, di tono più intellettualistico, solitamente provocatorio.
La discussione, tuttavia, può adeguarsi ancora ad altri riferimenti a problemi più propriamente nostri: il libro ci procura (per questo tra l’altro lo salutiamo con compiaciuta anche se penosa, contraddittoria fierezza) l’occasione di dare finalmente lo addio al tanto tormentato, discusso e sterile problema della “sintesi delle arti”. La soluzione ha proprio il merito di non essere tale, di non essere cioè un’alternativa “autorizzata” del problema: è, come sempre, un’invenzione. Alla presunta combinazione, collaborazione “fruttuosa” delle arti, gli happenings costituiscono la risposta, uguale e contraria.
Sostituiscono cioè, al problema, la prospettiva infinita della ricerca, come precipitazione puntuale degli ingredienti (letterari, teatrali, pittorici, ecc.) “in vista” di un risultato.
Si delinea, a questo punto, l’esigenza americana, positiva, costruttiva, protestante) di “sentire” il pubblico testimone attivo dell’esperienza, di contro all’esigenza nostra (evasiva, sensuale, cattolica) di astrarre da ogni contesto immediato. In Europa, assistiamo ad operazioni analoghe, meno eloquenti, più pateticamente private, esplicitamente ascritte alle tradizioni: alcune esperienze di Yves Klein e di Piero Manzoni sono eccezionali testimonianze di questa ricerca.

“QUI arte contemporanea”, n. 5, marzo, Roma 1969, p. 55.

L’unica recensione scritta da Paolini, pubblicata nella rubrica “Libri & riviste” del periodico romano “Qui Arte Contemporanea”1, ha per oggetto la prima traduzione italiana del libro di Michael Kirby dedicato agli Happenings. Il volume di Kirby, originariamente uscito nel 1965 (Happenings: An Illustrated Anthology, E.P. Dutton & Co., New York), è pubblicato in italiano nel gennaio 1968 dall’editore De Donato, Bari, nella collana “Spazio e tempo”, con traduzione di Anna Piva, dal 1965 compagna e futura moglie di Paolini, nonché amica di Saverio Vertone all’epoca collaboratore della casa editrice barese.
Il libro è un’antologia riccamente illustrata di una selezione di happenings degli artisti Jim Dine, Red Grooms, Allan Kaprow, Claes Oldenburg e Robert Whitman, introdotta da un saggio dell’autore. Si tratta di un primo tentativo di analisi, documentazione e contestualizzazione storica di questa corrente artistica, affermatasi a New York tra fine anni Cinquanta e inizio Sessanta.
Nella sua recensione, Paolini chiarisce anzitutto il significato del termine “happening”, spesso utilizzato in modo improprio per designare arbitrariamente eventi e manifestazioni artistiche basate sulla libera improvvisazione
2. Dopo aver puntualizzato “che cosa non siano” gli happenings, Paolini si sofferma sulla loro relazione con l’ambito teatrale (indagata da Kirby nel suo saggio introduttivo), precisando che non si tratta di un esempio di “sintesi delle arti”, ma di una “invenzione” autonoma, tutt’altro che ispirata alla mera improvvisazione. Nell’ultimo paragrafo Paolini formula una considerazione più personale, rilevando la differenza tra l’esigenza americana “(positiva, costruttiva, protestante) di ‘sentire’ il pubblico testimone attivo dell’esperienza”, e quella italiana “(evasiva, sensuale, cattolica) di astrarre da ogni contesto immediato”. Una differenza culturale di fondo – percettibile tra le righe in tutto il testo – che Paolini ribadirà anche in seguito, nel corso di alcune interviste, tradendo una connaturata riserva nei confronti della cultura anglosassone, sostanzialmente distante dalla propria appartenenza alla tradizione storico-artistica di matrice classica. In chiusura, Paolini rivela infatti la sua predilezione per la ricerca europea, menzionando due esempi di particolare rilievo – le esperienze di Yves Klein e Piero Manzoni – considerati “eccezionali testimonianze”, “esplicitamente ascritte alle tradizioni”.
Queste prime considerazioni pubblicate da Paolini in merito al confronto Stati Uniti-Europa si situano curiosamente nel periodo in cui l’artista intraprende il suo primo (e unico) viaggio negli Stati Uniti: la recensione esce nel numero di marzo 1969; Paolini si reca a New York intorno a metà aprile.

1 La rivista trimestrale è stata fondata a Roma nel 1966 da Lidio Bozzini, titolare della casa editrice Editalia, nonché della galleria QUI arte contemporanea, inaugurata nello stesso anno e diretta con la collaborazione di Marisa Volpi, alla quale Paolini è legato d’amicizia dal 1965. Nell’aprile 1968 Paolini espone presso QUI arte contemporanea nell’ambito della collettiva Fabro, Kounellis, Paolini, mentre nel gennaio 1970 terrà una personale.
2 Nell’allusione all’uso improprio del termine “happening”, in particolare in Europa e in Italia, in relazione a eventi e operazioni di vario genere, risuona il distacco o quanto meno la distanza da parte di Paolini nei confronti dell’attualità di avvenimenti, dibattiti e rassegne dedicati alla performance, all’azione, all’improvvisazione e al teatro, affermatisi in Italia a partire dal 1967.

Allan Kaprow; Yves Klein; Piero Manzoni

Michael Kirby

Scheda a cura di Maddalena Disch, 15/05/2026